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Vinitaly 2026: le impressioni sull’Abruzzo

Tra nuovi spumanti, nuovi vitigni e nuove interpretazioni, l'immagine di una regione che prova a cambiare marcia

Franco Santini di Franco Santini
18 Aprile 2026
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A Verona un’edizione meno euforica ma più concreta ha ridato fiato a una filiera provata, dove la delegazione abruzzese si è distinta non solo per la presenza massiccia di aziende – ben 97 – ma per un’inedita maturità organizzativa. Superate le preoccupazioni lasciate dal 2025 (consumi in calo e le incertezze del mercato USA a causa dei dazi), tra i padiglioni si è percepito un cauto sollievo. Il Vinitaly di quest’anno si è affermato come luogo di verifica più che di vetrina, premiando la qualità dell’interlocuzione. In questo contesto selettivo, l’Abruzzo ha fatto centro: lo stand curato e funzionale, con un’enoteca centralizzata, ha offerto un’esperienza accessibile e densa per gli operatori. Un chiaro segnale che il Consorzio ha compreso l’importanza del presidio strategico rispetto al semplice “esserci”.

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Il Montepulciano, vitigno simbolo della regione, è inevitabilmente al centro di ogni dibattito e si trova di fronte a una scelta identitaria cruciale. La dicotomia è netta: identità Classica da una parte, dove si continua a spingere sulla via del grande rosso da invecchiamento — longevo, potente e complesso, che però rischia di confinare il vino in nicchie sempre più ristrette; Contemporaneità dall’altra, col tentativo di aprirsi con maggiore convinzione a versioni più dinamiche, fresche e di beva immediata, in linea con le esigenze del gusto attuale. La direzione più saggia, che molti produttori sembrano ormai aver intrapreso, è quella di onorare entrambe le anime, a patto di costruire una comunicazione esterna chiara che sappia distinguerle senza sacrificare l’identità costruita in decenni.

Parallelamente, iniziano ad affacciarsi sul mercato i primi esperimenti di Maiolica, un autoctono a bacca rossa, auspicato come una “seconda via in rosso”, alternativa al Montepulciano. Sebbene i vini in circolazione siano ancora pochi per un giudizio definitivo, la curiosità degli addetti ai lavori è palpabile. Alcuni dei vini assaggiati erano golosi, profumati, croccanti e sicuramente contemporanei. In attesa che tutti – degustatori e produttori – ci capiscano di più, senz’altro la curiosità è tanta.

Il Ritorno alle Origini per il Cerasuolo

Un’altra tendenza netta registrata a Verona – che conferma un percorso in atto già da qualche tempo – è la ricomposizione identitaria del Cerasuolo. Finalmente si consolida la scelta consapevole di difendere il Cerasuolo d’Abruzzo tradizionale, con il suo colore più carico e una struttura che ne estende il consumo ben oltre la stagione estiva. Il messaggio è chiaro: chi desidera produrre un rosato sullo stampo provenzale, dal colore scarico e vocazione internazionale, è libero di farlo, ma deve identificarlo come Abruzzo rosé. Questa separazione intelligente delle due categorie – Cerasuolo identitario da un lato, rosé più orientato al mercato dall’altro – permette di difendere una specifica tradizione enologica con una propria logica di mercato. I bicchieri in questa direzione si sono rivelati convincenti e per nulla nostalgici.

Bianchisti e il Metodo Classico: Certezze e Ambiguità

A completare il quadro regionale, i bianchi continuano a crescere di livello, dimostrando che la regione ha grandi potenzialità anche in questa categoria. Molti vini a base Trebbiano d’Abruzzo e Pecorino stupiscono per la loro precisione, territorialità e dinamismo, reggendo con disinvoltura confronti importanti a livello internazionale. Ora, l’imperativo è solo imparare a raccontarli meglio.

Sul fronte delle bollicine, la domanda di mercato ha spinto diversi produttori a cimentarsi con gli spumanti Metodo Classico. È un esercizio ambizioso, soprattutto in un segmento dove l’Abruzzo non vanta una tradizione codificata, e non è esente da rischi identitari. Il successo di questa operazione dipenderà dalla capacità di questi prodotti di costruirsi una narrativa territoriale autentica e convincente, evitando di rimanere mere operazioni opportunistiche.Qualche bella novità però l’abbiamo assaggiata (ne parleremo…).

L’impressione finale è quella di una regione che, pur mantenendo contraddizioni interne (frammentazione produttiva, posizionamento da ricostruire e coordinamento ancora da perfezionare), sembra attraversi un momento di chiarezza progettuale. Il sollievo di Vinitaly non è stata euforia, ma la consapevolezza di chi, dopo annate difficili, ha ritrovato la direzione da seguire. Speriamo non sia solo un’impressione ottimistica.

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