L’Aquila. Nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, tra i paesaggi di Villetta Barrea, la presenza dei cervi è diventata negli anni una delle attrazioni più suggestive e fotografate dai visitatori. Ma proprio questa familiarità crescente sta alimentando una preoccupazione sempre più forte da parte degli esperti.
Il messaggio è chiaro e netto: un animale selvatico che si avvicina all’uomo non ha smesso di essere selvatico. Ha semplicemente perso, spesso a causa delle nostre azioni, la naturale diffidenza che lo protegge.
Con una presa di posizione ferma, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ribadisce un concetto fondamentale della gestione della fauna selvatica: la confidenza non equivale alla domesticazione.
Un cervo che si lascia avvicinare, accarezzare o fotografare a pochi centimetri non è diventato un animale domestico. È rimasto un selvatico che ha semplicemente modificato il proprio comportamento in risposta alla presenza umana, spesso perché abituato a cibo offerto o a interazioni ripetute.
Secondo il Parco, questo fenomeno non rappresenta un successo di convivenza, ma un potenziale problema ecologico e di sicurezza.
Dietro le immagini “tenere” che circolano sui social si nasconde una realtà meno romantica. La perdita della distanza di sicurezza espone gli animali a una serie di pericoli concreti: incidenti stradali, interazioni aggressive con cani, situazioni di stress, comportamenti alterati e maggiore vulnerabilità al bracconaggio.
Anche per l’essere umano il rischio non è trascurabile. Un cervo adulto, soprattutto se maschio, resta un animale potente, dotato di forza e istinti difensivi che possono attivarsi improvvisamente.
Uno degli aspetti più critici riguarda l’alimentazione dei selvatici da parte dei visitatori. Il cibo umano o la semplice associazione tra presenza umana e disponibilità di alimenti altera profondamente i comportamenti naturali degli animali, modificandone i movimenti, le abitudini e la percezione del pericolo.
Non si tratta solo di un gesto innocuo o “affettuoso”, ma di un intervento diretto sugli equilibri della fauna.
Il fenomeno è amplificato dalla ricerca dello scatto ravvicinato, del contenuto virale, del contatto eccezionale. L’animale diventa così soggetto di un’esperienza che perde il suo significato naturalistico e si trasforma in spettacolo. Ma, sottolineano gli operatori del Parco, ogni passo verso l’animale è anche un passo verso la perdita del suo equilibrio naturale.
Il messaggio finale è semplice e radicale nella sua chiarezza: la fauna selvatica non ha bisogno della nostra confidenza, ma della nostra distanza. Distanza non significa distacco emotivo o indifferenza. Significa rispetto: osservare senza invadere, fotografare senza inseguire, ammirare senza interferire.
Solo così è possibile mantenere intatto quel confine invisibile ma fondamentale che permette agli animali di restare selvatici e agli esseri umani di non trasformare la natura in una scenografia a portata di mano.



