L’Aquila. Tutto esaurito di prammatica per la prima della Carmen, titolo centrale del Festival Internazionale di Opera e Balletto “Maria Bieșu”, uno degli eventi più importanti dedicati all’arte lirica e al balletto nella Repubblica di Moldova, in svolgimento a Chișinău, giunto alla sua XXXIV edizione, con artisti ospiti provenienti da 15 paesi. L’Italia è stata ottimamente rappresentata dal Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, il quale si è cimentato con la Carmen di Georges Bizet nella versione, affatto semplice, coi recitativi accompagnati, per la regia classica e sontuosa di Mihai Timofti, con le scene di Felix Bessonov, i costumi di Nina Babuţac e le coreografie di Andrei Litvinov.
C’è una musica che è difficile ascoltare, ovvero quella che è stata ed è più familiare che conosciuta, più diffusa che popolare, più costume e consuetudine, che tradizione e questa è, certamente, la Carmen di Bizet. Per questo allestimento il cast non ha tradito le attese, le scelte del direttore artistico hanno sfiorato la perfezione: Ramona Zaharia ha dimostrato di essere una protagonista di lusso e di assoluto riferimento, strepitosa nel suo tratteggiare una Carmen algida e sensualissima, fiera e autodistruttiva, incantevole gitana nell’aplomb e nelle curve. La voce è emersa calda e timbrata soprattutto nel registro centrale, attentissima all’agogica e ad un fluido legato con cui è riuscita a colorare le sue frasi di un erotismo freddo da femme fatale, senza mai rincorrere il facile effetto “verista”, poco coerente con la partitura. Escamillo, Jean-Luc Ballestra, è stato un toreador, finalmente baritonale, in buona forma vocale, durante l’aria del Votre toast, portata elegantemente a termine.
Di buon livello anche il Don Josè, Dumitru Mîțu dalla voce dai buoni numeri, che ha aggiunto qualche punto nella sua trasformazione in contrabbandiere, tenore che ha eseguito un’ Aria del fiore convincente per la pienezza del coinvolgimento emotivo. Micaela, affidata ad Anastasia Cușnir, dal fraseggio sempre interessante, pudico ed energico, diligente nello sforzarsi di rispettare la partitura, è stata autrice di una interpretazione in punta di piedi e senza leziosità. Brio e spigliatezza, per la Mercedes di Victoria Istratuc e la Frasquita di Maria Țonina con il quartetto di contrabbandieri ben completato da Le Dancaire di Vitalie Cebotarie e Le Remendado di Radu Chiochiu, così come non ha tradito il suo ruolo, Iurie Maimescu, convincente Zuniga e il Morales di Veaceslav Timofti. Ottimo il lavoro del direttore del coro, Oleg Constantinov ed un plauso va anche alle voci bianche che hanno superato tutti gli ostacoli dei contrasti a cui le costringe la partitura, così come sono risultati gradevoli i ballerini nella scena della taverna. Jacopo Sipari in poche prove ha cercato e trovato il giusto contatto tra buca, solisti, palcoscenico: la sua scelta stilistica è risultata versatile: a volte ha fatto di Carmen una musica raffinata dal disegno vivamente e decisamente delineato, a volte carica di sentimentalità.
Il tono “mortifero” ha schizzato l’ambientazione montanara del III atto in cui il Maestro Sipari ha donato alla Scena delle carte quella tenebrosità appropriata e di coinvolgente presa teatrale, a cui si è contrapposta l’aria di Micaela, illuminata da suoni vibranti, un duello attraversato dal grottesco, in cui l’intuizione del direttore ha fatto emergere sia il senso di morte, sia l’ironia della musica, ed un finale pieno di presagi, tutto puntato su Carmen e le sue origini, offertele da quel popolo strano che vive unicamente l’Istante, che muove platonicamente da lì, senza avere ieri, né domani. Ma chi è nomade? Facendo qualche concessione al linguaggio romantico diremo: lo zingaro del mondo: vale a dire, colui che non dimora, non sentendosi mai vincolato ad una condizione stabile di vita. Per vivere nello spazio senza misure del mondo lo zingaro non conosce radici, la sua “infondatezza” lo lascia sussistere nel “girello” della vita stessa, alla costante ricerca di precari rifugi. Vagabondo, può dirsi un anarchico dell’esperienza; per lui la vita è come ripetizione di un gioco. L’indefinitezza spaziale in cui si svolge il suo movimento del peregrinare, si risolve ogni volta nella totalità dell’istante, l’effimero sembra essere questo assoluto negativo, negativo ovviamente di ogni altro ancoraggio dell’esperienza. Ma il gioco del vagabondo è l’avventura, e nell’avventura tutto si decide daccapo. L’avventura riguarda l’accadere; e questo, noi, lo definiamo abitualmente l’accidentale, ciò che capita, il caso. Se l’istante che brucia il tempo lo pensiamo “infinito”, vuol dire che il destino umano resta sospeso all’aorgico, nessuna forza umana può comprenderlo in una definizione, resta infinito, sconfinato, libero, come Carmen, come la Musica. Applausi calorosi per tutti e ovazione per Ramona Zaharia e il Maestro Jacopo Sipari.



