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Salvata due volte con operazioni “impossibili” al cuore: la storia incredibile di Maria Rita

Alessandra Ciciotti di Alessandra Ciciotti
27 Aprile 2026
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Teramo. Interventi sull’arco aortico, paziente salvata due volte in Cardiochirurgia Salvata due volte. È la storia di Maria Rita Pacifici, 71enne aquilana, tornata per un delicato intervento sull’arco aortico nella Cardiochirurgia dell’ospedale di Teramo, dove sette anni fa era stata sottoposta a un intervento per una dissezione aortica di tipo A, emergenza cardiovascolare gravissima, che l’aveva strappata alla morte.

 

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La malattia aortica ha progressivamente interessato in modo significativo l’arco aortico rendendo necessario un nuovo intervento programmato di sostituzione, che, proprio perché eseguito su una paziente già operata in precedenza, aveva un rischio chirurgico ancora più elevato. Si è trattato di un intervento ad alta complessità, reso più impegnativo dalla presenza di aderenze e dalle difficoltà tipiche della chirurgia su aree già trattate. L’intervento è stato eseguito nei giorni scorsi con successo dai cardiochirurghi Francesco Massi e Augusto Pellegrini.

 

 

 

 

La buona riuscita della procedura si inserisce in un’organizzazione più ampia che ha coinvolto il Dipartimento diretto da Filippo Santarelli e la Uoc di Anestesia e Rianimazione cardiochirurgica diretta da Marco Cargoni. In sala operatoria, determinante il contributo del personale medico, con l’anestesista Alessia Artale, del personale infermieristico, tecnico e di supporto del blocco operatorio cardiochirurgico. Fondamentale anche la collaborazione con la Radiologia interventistica, diretta da Pietro Filauri. Elemento innovativo è stato l’impiego di una nuova protesi ibrida customizzata sull’anatomia della paziente, appartenente alla piattaforma E-vita Neo EDE, utilizzata per la prima volta in Abruzzo e nel Centro Italia, che ha consentito una ricostruzione più precisa e semplificata dell’arco aortico, riducendo fra l’altro la necessità di manovre e suture in aree particolarmente complesse da raggiungere.

 

 

 

Altro aspetto rilevante è stato l’utilizzo della tecnica innovativa di “Aortic balloon occlusion”, che ha evitato il tradizionale arresto completo del circolo sanguigno. Grazie al posizionamento di un pallone all’interno della protesi, è stato possibile garantire la perfusione del corpo durante l’intervento, evitando l’ipotermia e consentendo così l’impatto biologico dell’intervento nel decorso post-operatorio.

 

 

 

“Interventi di questo livello confermano la capacità della nostra azienda di affrontare percorsi di cura ad alta complessità, mettendo insieme professionalità, organizzazione e tecnologie avanzate”, sottolinea il direttore generale della Asl di Teramo Maurizio Di Giosia, “il risultato attesta l’efficacia del modello organizzativo della Asl di Teramo nella gestione delle grandi patologie dell’aorta, grazie all’integrazione tra esperienza chirurgica, supporto anestesiologico e lavoro di squadra”. La paziente è ora stata dimessa dalla Cardiochirurgia e trasferita per la riabilitazione cardiologica all’ospedale di Sant’Omero. “Nel 2019 sono arrivata all’ospedale di Teramo in coma”, racconta Maria Rita Pacifici, “ero in condizioni disperate e il primario dell’epoca, Michele Triggiani, decise di tentare un intervento. Sono stata ricoverata qui un mese e mezzo, ma ne sono uscita sulle mie gambe. Nel corso degli anni successivi mi sono sempre tenuta sotto controllo e quando si è riproposta la necessità di rioperarmi non ho avuto dubbi: qui a Teramo mi hanno salvata una volta e qui mi avrebbero salvata anche la seconda, d’accordo anche con il dottor Triggiani, che mi ha seguito nei controlli. Mi sono fidata, e ho avuto ragione. Qui sono tutti bravi, ma anche gentili e mi sono stati vicino, con lo spirito che deve animare il vero personale sanitario. Qui nel reparto diretto dal dottor Santarelli ho ritrovato le stesse doti umane e professionali che ho riscontrato allora. Dell’altra operazione non ricordo nulla: ero praticamente morta, ma ricordo il risveglio, la degenza e il lento e costante recupero. Questa operazione invece l’ho vissuta perché ero vigile quando sono arrivata in sala operatoria per sottopormi a questo procedimento innovativo. Ora mi sento un po’ debole ma sto bene, i miei figli mi dicono che sono Highlander”.

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