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Rugby: l’intervista di Abruzzolive a Carlo Festuccia, il tallonatore aquilano classe 1980

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L’Aquila. Diretto e sincero, ma sempre gentile e disponibile, come solo un vero abruzzese sa essere, Carlo Festuccia, 54 caps e due mondiali con la nazionale tra il 2003 e il 2012, è pronto a quella che, probabilmente, può essere la sua ultima esperienza su un campo da rugby. Perlomeno da giocatore. Tornato alle Zebre di Parma la scorsa estate, dopo tre anni passati ai Wasps in Inghilterra, il tallonatore aquilano classe 1980, lo scorso gennaio, però, ha annunciato il suo ritorno al club di Londra. Raggiunto telefonicamente, ci ha spiegato cosa ha determinato questa scelta e così, in un clima disteso e cordiale, si è lasciato andare a una chiacchierata estremamente piacevole e ricca di spunti.

Capitolo Zebre: il tanto acclamato salto di qualità, purtroppo, non c’è stato. Non fino ad ora, almeno. Il progetto di rilanciarsi con giovani di qualità e investire nell’esperienza dei più anziani non ha dato i frutti sperati. Per te, però, è andata ancora peggio. Da poco sei tornato in Inghilterra, ai  Wasps. Cosa non ha funzionato?
Fui contattato dalle Zebre per tornare a giocare e per dare una mano a far crescere i giovani. Mi venne chiesto di portare la mia esperienza ma, all’atto pratico, non è andata come avrebbe dovuto, quindi sono andato via perché mi son reso conto di non essere utile alla squadra. Questa cosa mi ha colpito molto. Stando ai racconti dei ragazzi della squadra, lo stesso trattamento fu riservato anche a Muliaina, cosa ben più grave. Non si può firmare un ex All Blacks con quasi 100 presenze e poi non chiedergli neanche un consiglio. A un giocatore di quel livello, di quel mondo, con quell’esperienza, dovresti dargli carta bianca perché può solo migliorare la situazione, il gruppo, la società, i singoli dettagli. Quanto accaduto è gravissimo e incomprensibile. Per quanto mi riguarda, un contatto con i Wasps c’era già stato a ottobre ma vista la squalifica di Fabiani, non me la sono sentita di abbandonare la nave e quindi ho tenuto fede al mio impegno. Mi hanno richiamato a Natale e ho detto loro che dalla metà di gennaio sarei stato disponibile al trasferimento.

Hai affermato di essere stato chiamato anche per dare un contributo a livello tecnico – tattico, quasi fossi un giocatore a fine carriera. Considerando che i tuoi ultimi 3 anni, ai Wasps sono stati di assoluto livello, non ti sei sentito un po’ sottovalutato?
A giugno compio 37 anni e, anche se sono in forma, si iniziano a far sentire. E’ giunto il momento di iniziare a pensare a altro. Sono tornato in Italia per una scelta familiare ma volevo investire il mio tempo e la mia esperienza anche per un futuro da allenatore . Da questo punto di vista, Gianluca Guidi non mi è stato d’aiuto nonostante avessi parlato di ciò con lui. Ho visto che da parte sua non c’era una grande apertura per cui ho deciso di concentrarmi solo sul campo.
A giudicare dall’evoluzione della stagione, e degli ultimi mesi, forse, lo stesso Guidi non era all’altezza della situazione. Cosa è mancato, secondo te?
Quando vai su un campo da rugby, prima di tutto devi divertirti. Se ciò non avviene, neanche in allenamento, allora ci sono problemi seri. Il professionismo è importante ma il divertimento è tutto. Chi gioca a rugby, specialmente in Italia, non lo fa per soldi e, quindi, perdere l’entusiasmo in ciò che si fa risulta fatale. Ecco perché si è creata una ferita insanabile tra Guidi e la squadra che, a un certo punto, l’ha delegittimato. Già dopo il suo esonero, l’aria che si respirava agli allenamenti era cambiata, testimonianza palese che uno dei problemi principali era lui. È chiaro che l’ambiente fosse ormai deteriorato.
Pensi che la società abbia fatto tutto il necessario per tutelare la squadra?
Da quando è stata privatizzata ha diversi problemi da risolvere. Le cose sono cambiate dal momento che non è più  gestita direttamente dalla federazione. Rispetto a società francesi o inglesi è, sicuramente, una realtà dilettantistica, semi professionistica al massimo, e il fatto che vi siano degli stipendi da pagare, non vuol dire che possiamo usare il termine professionismo, che è tutt’altro. E’ una società gestita come, forse, era gestito il mio Gran Parma 10 anni fa.
Credi che gli ex giocatori, quelli di grande carisma, competenza e palmarès, debbano essere coinvolti maggiormente nei club italiani e nella federazione?
Il livello del campionato italiano si è notevolmente abbassato mentre in precedenza molti stranieri di valore venivano a giocare in Italia. Qualcosa va cambiato, è innegabile. I giocatori della mia generazione, che hanno vissuto realtà diverse e, quindi, possono vantare una certa esperienza, devono essere necessariamente coinvolti nelle franchigie, nella federazione e nei club. Se mancano idee, fisicità, tecnica, e butti tutto nel calderone, allora la frittata è fatta. E direi che ne sono state fatte tante. E continuano a farsi.
Inoltre c’è il problema degli stipendi pagati in ritardo..
Non solo quello, ma anche i problemi relativi alle cure mediche. Il caso di Manici è stato clamoroso. La società che, è bene sottolinearlo, ha scelto la struttura dove farlo operare e il medico che doveva operarlo, quando ha capito che il giocatore avrebbe avuto una prognosi più lunga del previsto, a causa di problemi post-operatori, ha provato a rescindergli il contratto. Adesso Andrea si sta pagando da solo le cure mediche da solo perché la società ha smesso di pagargliele. Questa cosa è vergognosa, inaccettabile e crea un precedente pericoloso che, ovviamente, non fa stare sereni i giocatori.
Considerando le difficoltà di Treviso e Zebre, l’ipotesi di una terza franchigia con base a Roma, come ipotizzato, appare sempre più lontana e di difficile realizzazione..
Prima dovremmo pensare a far bene con queste due e poi pensare a farne una terza che, però, al momento, è assolutamente inimmaginabile. Anche perché non abbiamo i numeri necessari. Come si fa a investire su una terza franchigia se le due che già hai, invece, non hanno ancora portato i risultati sperati?
Hai accennato alla possibilità di appendere gli scarpini al chiodo a fine stagione. Hai già pensato alla tua vita post rugby?
Sicuramente tornerò a Parma perché la mia famiglia è lì. Sarà difficile star lontano da questo mondo. Forse farò il rugby dopo lavoro – ride – Scherzi a parte, ho avuto qualche contatto con le squadre del territorio e la cosa potrebbe interessarmi. Però, mi guardo intorno perché, almeno al momento, non posso escludere nulla. Onestamente, non credo di tornare in Abruzzo. A L’Aquila, dove ho giocato quattro anni, di campo ne ho visto veramente poco. Son partito che avevo 22 anni e sono circa 15 anni che manco. La mia vita è a Parma, oramai. Magari potrei fare una partita d’addio. Chi lo sa – ride –
Capitolo Nazionale. Domenica abbiamo ospitato il Galles nel primo match di questo VI Nazioni. Nonostante la sconfitta, la prima ora di gioco ha mostrato un’Italia con le carte in tavola per fare un buon torneo. Cosa ti aspetti dal nuovo corso con Conor O’Shea?
In Inghilterra ho visto il loro modo di lavorare e, se hanno carta bianca, i mezzi e le strutture, possono far benissimo. Ha portato una ventata di freschezza e nuovi metodi di allenamento e approccio al gioco di cui i ragazzi avevano, francamente, bisogno. Inoltre, a differenza di Brunel, è un ottimo comunicatore a cui piace avere un rapporto con i giocatori. La presenza di Ventor e Catt nello staff tecnico è una garanzia di solidità. In questo VI Nazioni la squadra da battere è l’Inghilterra, una vera macchina da guerra. L’Italia deve trovare la sua dimensione e le giuste motivazioni, ma per farlo serve avere le idee ben chiare. Federico Falcone

 

 

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