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Festuccia: rugby italiano senza mentalità vincente. Credo nel progetto O’Shea. A Reggio per far crescere i giovani

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Mai banale e sempre focalizzato su ogni singolo dettaglio della palla ovale, Carlo Festuccia è un esempio di amore e dedizione verso il rugby. L’ex tallonatore aquilano della Nazionale e dei Wasps, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, infatti, si è tuffato con entusiasmo alla guida del Rugby Reggio dove potrà riversare la sua grande esperienza maturata sui campi di tutta Europa. A poche ore dall’esordio degli azzurri al VI Nazioni, abbiamo scambiato con lui una chiacchierata a tutto tondo. Buona lettura.
Lo scorso anno sorprendemmo gli inglesi con la “fox”, da noi amata, da loro odiata. Eddie Jones la censurò con fermezza, mostrando un certo nervosismo. Dobbiamo aspettarci un’Inghilterra col dente avvelato. L’obiettivo concreto è reggere per 80 minuti e sperare di giocarsela alla fine?

Prima di tutto la “fox” non c’è più, quindi un problema in meno. Per loro, almeno (ride ndr). Zebre e Treviso hanno disputato una discreta stagione e l’innesto di allenatori stranieri di qualità ha dato i suoi frutti. I ragazzi iniziano a giocare un buon rugby, specialmente i bianconeri che sono molto offensivi. Inoltre stanno emergendo giovani interessanti ma, e torno a ripetermi, l’impostazione che riesce a dare l’allenatore è fondamentale, soprattutto quando ti sprona ad attaccare invece di difenderti. Il modo di lavorare di Conor O’Shea è molto simile a quello di Bradley alle Zebre, quindi non credo che per loro ci siano grossi stravolgimenti. Ho la sensazione che l’Inghilterra venga qui a punirci con più punti possibili, anche se, considerando i buoni risultati dei due team italiani, sono fiducioso sul giocarcela fino alla fine.

Dal rugby giocato a quello fuori dal campo. Nell’ultimo anno abbiamo avuto due casi emblematici dello stato di salute del rugby italiano lontano dal rettangolo verde: quello di Giazzon e quello di Favaro. Dopo 18 anni nel VI Nazioni, numerosi investimenti e numerosi progetti, questi due episodi come vanno letti? Sono un preoccupante campanello d’allarme?

Senza troppi giri di parole siamo lontani anni luce dal considerare il rugby come “professionismo” e dal garantire ai suoi giocatori un futuro dopo averlo praticato. Non c’è neanche l’ombra di una mentalità che rema verso questa direzione. Lo sto sperimentando sulla mia pelle. Alleno Reggio Emilia ma ho iniziato una collaborazione con un’azienda locale per un futuro fuori dal mondo della palla ovale. In Italia, se non lavori per compagini importanti, non hai futuro dopo la carriera agonistica. Siamo tornati alla realtà che vedevo da bambino: quella in cui il rugby ti dà qualcosa solo in termini sportivi, con l’ambizione massima di arrivare a una grande squadra. Ma si ferma li. Il livello del campionato è sceso tantissimo, giocano solo italiani giovanissimi e stranieri di livello non se ne vedono più. Il rugby di base, invece, è il rugby del futuro, quello importante per fare arrivare giocatori formati in nazionale, l’unico motore trainante del nostro movimento.

Appesi gli scarpini al chiodo, però, sei rimasto comunque nel “settore”, anche se con un ruolo diverso! E’ stato difficile dire addio al rugby giocato?

L’infortunio rimediato al dito con gli Wasps mi ha aiutato a calarmi in questa nuova veste. Con esso ho chiuso la mia carriera. Mentalmente, il fatto di essere ancora infortunato, mi ha aiutato a uscire dal campo e intraprendere una vita diversa. Venendo da una realtà come quella Wasps dove in questi anni abbiamo costruito qualcosa di importante, con uno staff e una società che ha lavora per un unico obietto, mi ha agevolato parecchio, anche se qui in Italia non è stato facile. Principalmente per alcuni meccanismi che oramai avevo metabolizzato e che qui, invece, non sono presenti. Come diceva il buon Massimo Mascioletti, il lavoro paga sempre. E’ ciò che sto facendo.

Qual è la principale differenza che hai riscontrato tra i giovani italiani rispetto a quelli che, invece, hai affrontato, o avuto come compagni di squadra, all’estero?

Sicuramente l’approccio. In Inghilterra fin da giovani si cresce con una mentalità da professionista e, quindi, con una maggiore propensione all’allenamento, alla gestione del proprio fisico, al focus sulla partita. E’ totalmente diverso dal nostro. Loro sono in grado di concentrarsi solo su quello che stanno facendo. Qui no. Anzi, spesso occorre alzare la voce per richiamare all’attenzione. La cura dei dettagli, poi, neanche a parlarne. Rivedere le partite, analizzarle, studiare la propria performance per capire dove e come migliorare, saper ascoltare e recepire ciò che dice l’allenatore; all’estero sono sufficienti due volte, qui ne servono quindici.

Alla base del cambiamento, quindi, non vi sono le tanto acclamate mega strutture o gli ingenti investimenti economici, ma la mentalità?

Certo, e cos’altro sennò? Personalmente è ciò che sto cercando di portare a Reggio, anche se non è facilmente trasferibile. Ci vuole tempo per assimilare questi automatismi. E tanto lavoro. Però, se un processo di cambiamento inizia a essere portato avanti già da prima dell’under 16, i risultati potranno arrivare con più facilità. La scorsa settimana, ad esempio, ho visto giocare l’under 16 del Reggio che, grazie al suo allenatore, ha una bella mentalità e buone strutture di gioco. E’ stato interessante e stimolante allo stesso tempo.

In Abruzzo, invece, il futuro non sembra così roseo per il movimento. L’Aquila Rugby sta attraversando un periodo controverso e l’Avezzano Rugby, dopo qualche anno traballante, sta lentamente ritrovando una sua dimensione. Il rugby abruzzese da dove deve ripartire?

Il problema, purtroppo, è la totale mancanza di fondi. Il problema economico è alla base in queste difficoltà. Se non vi sono money e investimenti non si può attrezzare una società competitiva nè coltivare giovani talenti. Inevitabilmente perdi i più bravi perché, giustamente, preferiscono andare altrove se non hanno garanzie. Tra chi va a studiare, chi a lavorare, chi cambia società, questo è matematico che accada. Si spende sempre di meno nella formazione e alla lunga tutto ciò lo paghi.

In ultimo: quale è il XV preferito di Carlo Festuccia?

Non è facile selezionarne solo quindici, ma ci proviamo. Dunque, in prima linea scelgo Andrea Lo Cicero, Keith Wood e Karl Hayman mentre in seconda Santiago Dellapè e Joe Launchbury. In terza troviamo George Smith, Alessandro Zanni e Nick Williams. Mediana tutta neozelandese con Byron Kelleher e Andrew Merhtens. Trequarti: Il fijiano Sireli Bobo e l’inglese Christian Wade alle ali, mentre ai centri una coppia straordinaria con Brian O’Driscoll e Andrea Masi. A estremo François Steyn. Ne ho lasciati fuori alcuni importanti come Piutatu, che potrei schierarlo al posto di Steyn o Chabal al posto di Williams.

E poi c’è Festuccia..

Si, ma in panchina (ride ndr)

 

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