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Reportage: l’abbandono di Campo Imperatore e dei suoi pastori. Viaggio nel degrado (Gallery)

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L’Aquila. Agli occhi del turista, del passante occasionale, appare perfetto, nella sua sconfinata bellezza. Ma per i pastori abruzzesi, i cui animali contribuiscono a conservare questo straordinario ecosistema, la vita a Campo Imperatore è dura. Non tanto per le numerose fatiche che pure il loro lavoro comporta, ma per l’incuria e l’abbandono in cui versa questo territorio. Ho incontrato Lorenzo Damiani e suo padre Antonio, allevatori di ovini di Barisciano. Con loro ho potuto vedere le condizioni di alcuni tra rifugi e abbeveratoi sparsi per l’immenso altopiano: relitti e semi-relitti abbandonati dalla negligenza dei gestori locali; a cominciare dal rifugio e dal fontanile in località Archetto, nella loro zona di pascolo. Da sedici anni ormai Antonio sollecita le amministrazioni succedutesi ad intervenire: tante promesse e lavori mai fatti. Intanto il tramezzo del rifugio è crollato, tra le infiltrazioni d’acqua e gli spintoni degli animali, eppure non solo potrebbe essere riparo sicuro per i pastori nelle svariate necessità, ma anche per i turisti che d’estate frequentano queste montagne. Nel frattempo, per rimediare a tale mancanza, Lorenzo e suo padre utilizzano una vecchia roulotte. L’abbeveratoio non è funzionante, il pozzo di cui è munito perde continuamente acqua dalle numerose crepe e i canali di scolo sono ricoperti dall’erba. Se il fontanile funzionasse, le pecore andrebbero lì. L’unica alternativa è quella di raggiungere il più lontano lago di Passaneta, attraversando impervi sentieri su roccia: ma le pecore si affaticherebbero troppo, e una volta tornate avrebbero di nuovo sete. Così Lorenzo ed Antonio sono costretti a caricare le cisterne d’acqua a circa quattro chilometri di distanza, alla Fonte d’Assergi. Il costo stimato per le necessarie riparazioni, mi dicono, è di circa 3000 euro: ogni anno per l’affitto del pascolo ne spendono 730. “Sono rifugi abbandonati da quarant’anni e le amministrazioni vorrebbero che gli stessi allevatori ristrutturassero questi edifici di tasca propria, con i fondi spettanti di diritto per una manutenzione ordinaria”, mi spiega Antonio. Lo Statuto degli Usi Civici prevede che una parte dei proventi degli affidi pascolo debbano essere rinvestiti sul territorio, ma i comuni non investono, nonostante in alcune zone gli affitti siano lievitati. Eppure la straordinaria bellezza di questo ecosistema nasce proprio dalla delicata interazione secolare tra animali d’allevamento e ambiente.

 

Relitti e semi-relitti

“Campo Imperatore è una bella bomboniera, ma i suoi confetti sono guasti”, ripete Antonio mentre attraversiamo l’altopiano. Arriviamo al rifugio nella zona che i pastori chiamano “Camino Bruciato”: Lorenzo mi mostra un fontanile invaso dalle erbacce. Dal rifugio vicino proviene un odore acre, apriamo la porta: buttata in un angolo, c’è la carcassa di un cane da pecora in decomposizione; più in là si intravedono le reti arrugginite di un letto a castello e Passo dei Buoi, rifugio 4cianfrusaglie varie. A “Prati dei Buoi” la situazione è di poco migliore: un altro piccolo rifugio abbandonato, circondato dal fango, convive con pezzi di ferraglia arrugginiti. Alla Fonte d’Assergi, i rattoppi di due mesi fa con resina impermeabilizzata sono serviti a poco e la continua perdita d’acqua dalle riparazioni è un danno enorme per gli allevatori locali. Nel territorio di Filetto, lo sterco che abbonda sul pavimento di un rifugio aperto suggerisce la visita quotidiana di animali di grossa taglia. La situazione di questi edifici, mi spiega Lorenzo, non è ovunque così critica, tuttavia anche molti di quelli in buone condizioni non sono funzionanti. Il nostro viaggio continua al fontanile di “Le Fontari”: non c’è ombra di manutenzione e l’acqua, proveniente dalle sorgenti d’alta quota, scorre inesorabilmente a terra. Alcuni allevatori hanno tentato di scavare delle piccole pozze artificiali per raccoglierla, ma è servito a poco. L’acqua, così preziosa per i nostri pastori, scivola inesorabilmente tra le rocce.

 

Il ruolo del Parco Nazionale

“Qui ci sono circa venti rifugi abbandonati: non è questo deturpare l’ambiente?”, mi dice un pastore di Castel del Monte. E mi elenca alcuni dei progetti del Parco Nazionale del Gran Sasso: la costruzione di un’ippovìa (oggi invasa dalle erbacce), un recinto sperimentale sul lago Racollo (affondato poco dopo la sua costruzione), un parcheggio, la ristrutturazione del fontanile di Racollo, iniziata nel 2014 e ancora in corso. Mi documento: in effetti esiste da almeno due anni un progetto del Parco chiamato “Life Praterie”, finanziato con fondi europei. Tra gli obiettivi c’è la “ridistribuzione dei punti d’acqua”, che prevede la costruzione di tre nuovi abbeveratoi per il bestiame e il restauro di quattro abbeveratoi preesistenti, oltre alla recinzione di laghetti d’alta quota. Racollo, fontanileIl Parco sembra conoscere i problemi urgenti del suo territorio, quando sul sito del progetto in questione scrive: “l’assenza di abbeveratoi scoraggia gli allevatori dal distribuire uniformemente i movimenti del bestiame, che tende a localizzarsi intorno ai punti d’acqua, con la conseguenza di un eccessivo calpestio e di un degrado, talvolta grave, del suolo in alcune zone a discapito di altre, in cui la vegetazione evolve verso forme spontanee. D’altro canto, proprio a causa della scarsità di punti d’abbeverata, il bestiame si disseta presso i laghetti d’alta quota, inquinandone le acque e causandone l’eutrofizzazione. In queste aree, inoltre, il calpestio causa l’erosione dei margini dei laghi e il conseguente riempimento di fango. Allo stesso tempo, l’assenza degli abbeveratoi, sommata ad altre problematiche infrastrutturali, rende arduo il lavoro degli allevatori e scoraggia il mantenimento delle attività pastorali tradizionali”. Fino ad ora, purtroppo, sono pochi i risultati concreti, ed alcune aree verdi sono in sovraccarico per la concentrazione del bestiame nei pochi punti di abbeverata. Tempo fa, una delegazione abruzzese, capitanata proprio dal Parco Nazionale, si recò ad Asiago per studiare le soluzioni d’avanguardia adottate dai cittadini e dalle amministrazioni locali per lo sviluppo dell’allevamento. Ad oggi rimane un modello lontano, e sempre più pastori abruzzesi, come Antonio e Lorenzo, si sentono abbandonati da chi invece dovrebbe tutelarli. @DiegoRenzi

*foto del 27-28 luglio  2016

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