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#REPORTAGE #Amatrice: gli allevatori di Saletta e l’inferno di chi ha scelto di restare (Gallery)

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Amatrice. Saletta, una delle sessantanove frazioni di Amatrice, appariva due settimane fa come una collina innevata ed uniforme. Ma l’illusione è stata presto spezzata: quella che sembrava una collina è in realtà un intero quartiere raso al suolo, prima sepolto dalla neve. A Saletta c’è un silenzio allucinante. Gli unici testimoni del passaggio degli aiuti sono alcuni container dismessi della Protezione Civile. Beppe (nome fittizio di un anziano abitante che vuole rimanere anonimo) mi spiega che il primo campo base dista otto chilometri da qui. Lui e suo figlio vivono da mesi in un container, senza acqua potabile, né viveri; ogni giorno percorrono avanti e indietro trentadue chilometri per raggiungere una delle mense comuni di Amatrice, Sommati e Torrita. Hanno scelto di rimanere non per una presunta testardaggine montanara, ma per proteggere i pochi beni rimasti accanto alla vecchia casa semi distrutta dai terremoti. Hanno scelto di rimanere, e per questo sono stati abbandonati. “Ti addormenti e sai che il giorno dopo è tutto come prima”, dice Beppe con rabbia. Mi racconta ciò che successe l’indomani del sisma del 24 agosto: le opzioni erano o emigrare in alberghi sulla costa, o scegliere l’autonoma sistemazione. Le istituzioni promisero la costruzione tempestiva dei moduli abitativi provvisori, così la maggior parte dei cittadini firmarono per quest’ultima proposta. I map non sono ancora arrivati, e ora Beppe risulta un occupatore abusivo. Inoltre da quando la Protezione Civile ha utilizzato i loro allacci per collegarli ai servizi igienici di prima emergenza, lui ed i suoi vicini non hanno più acqua potabile. I volontari sono andati via, lasciando i servizi in abbandono, e senza ripristinare gli allacci; il gelo e il maltempo hanno fatto il resto. Padre e figlio di notte si scaldano con una stufetta, con temperature che all’esterno arrivano a -15 gradi. “Ci hanno abbandonati, non c’è futuro per noi”, dice Beppe. A parte la bontà di alcuni volontari, Saletta non vede aiuti, come tante altre frazioni. “La gente ha donato, ma a me non è arrivato niente”, continua amareggiato. Stridono le promesse del governo con la realtà disperata di persone come lui, che ogni giorno sopravvivono tra gli stenti.

 

Con i ragazzi dell’associazione Azimut dell’Aquila, sono venuto per conoscere due allevatori in particolare. Francesca riempie ogni giorno decine di secchi in una fonte e scende tra il ghiaccio e il fango per abbeverare gli animali in una stalla pericolante. Da quando l’acqua non arriva più, lei e suo figlio sono costretti a questa sfacchinata ogni giorno. In quel tragico 24 agosto lo zio Emidio Moretti, titolare della piccola azienda di famiglia, rimase sei ore sotto le macerie; si salvò finendo nel granaio dopo il crollo del pavimento. Adesso sono Francesca e Daniele a prendersi cura degli animali. Hanno due mucche, delle galline, e una dozzina tra capre e pecore; negli ultimi mesi ne hanno perse sei. La stalla è uno degli ultimi edifici superstiti di Saletta, ma è completamente inagibile. Nei giorni più cupi di maltempo, mi racconta Francesca, erano costretti a nuotare letteralmente in mezzo la neve per nutrire le bestie. E’ solo grazie ad alcuni cittadini volenterosi e alla prontezza di un operatore comunale se sono riusciti a scavare un passaggio.

“La Regione Lazio ci ha presi in giro”, mi dicono. L’ amministrazione regionale è infatti da tempo a conoscenza delle condizioni in cui versano questi allevatori, ma fino ad ora l’impressione è che si sia puntato più sull’immagine che sull’aiuto effettivo. A inizio gennaio, dopo tante promesse, è arrivata una struttura provvisoria per gli animali, assolutamente inadeguata, collassata su se stessa con le prime nevi. “Ci hanno praticamente imposto questa tensostruttura; noi non la volevamo, sapevamo che non era adatta”, mi dice sconsolato Daniele, aggiungendo che da allora nessuno si è più fatto vivo. Nel frattempo la natura non è stata clemente, ed i continui terremoti hanno finito di indebolire la stalla superstite. Daniele è costretto a lavorare in un edificio che potrebbe crollare da un momento all’altro. Con Francesca intanto entriamo nella stalla delle galline, che vivono sotto un cumulo di macerie e di lamiere piegate dalla neve. Ogni rumore ci mette in allerta, ogni rumore rievoca il terremoto. E pensare che Daniele prima del sisma progettava di allargare l’azienda e comprare altre bestie.

Ma dove la Natura (e lo Stato) sembrano incuranti degli uomini, ecco che la solidarietà arriva dal basso. Il 28 gennaio Francesca e Daniele per la prima volta hanno ricevuto del fieno; due cittadini di Montelibretti, con l’aiuto di alcuni volontari della protezione civile del Lazio hanno trasportato generi alimentari e mangime per animali, frutto di una raccolta di beneficenza fatta nel loro paese. Senza tralasciare i giovani aquilani dell’Azimut, che in più occasioni hanno offerto le loro braccia per aiutare gli allevatori dei paesi del cratere. Con una raccolta fondi organizzata assieme alla Caritas di Pile, stanno aiutando Francesca e Daniele nella costruzione di una futura stalla. La solidarietà arriva persino dal Piemonte: Enrico ed i suoi compagni da mesi attraversano le zone terremotate per portare aiuto; ieri hanno assemblato con Daniele una struttura di legno in grado di accogliere provvisoriamente i suoi animali. “Quella stalla è stata benedetta dal Signore”, mi diceva ieri Francesca indicando il vecchio edificio in mattoncini. Come darle torto. @DiegoRenzi  

*foto di Diego Renzi e Marco Bellucci 

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