L’Aquila. Il progetto Pizzone II, attualmente all’esame del Ministero dell’Ambiente e interessato da numerose osservazioni contrarie, tra cui quella del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, potrebbe tornare in gioco attraverso il MACSE (Mercato a termine per lo stoccaggio elettrico centralizzato). È l’allarme lanciato dal Coordinamento No Pizzone II.
Il Meccanismo di Approvvigionamento di Capacità di Stoccaggio Elettrico (MACSE) prevede l’avvio dell’iter per la nuova asta per la realizzazione di sistemi di accumulo di energia elettrica. Il primo step si è avviato lo scorso 7 luglio (avvio delle richieste di ammissione alla piattaforma), con l’apertura della sessione d’asta telematica sul portale MACSE fissata al 24 novembre 2026, alle ore 10.
Il Coordinamento sostiene che «le dinamiche del MACSE rappresentano un vero e proprio salvagente per i proponenti a spese dell’ambiente». A suo avviso, il meccanismo, promosso da Terna e approvato dal Ministero dell’Ambiente, «prevede la messa a bando di progetti per un fabbisogno complessivo di 16 GWh ed è stato strutturato in modo da favorire artificiosamente gli interessi dei grandi proponenti di opere faraoniche».
Il Coordinamento evidenzia che il sistema prevede contratti di lungo periodo per la disponibilità della capacità di accumulo. In particolare, afferma che «il sistema garantisce contratti di lungo periodo che assicurano ritorni economici certi agli operatori, deresponsabilizzandoli di fatto rispetto ai rischi di mercato e trasferendo sulla collettività i costi della sovracapacità». Spiega inoltre che «il MACSE elimina il rischio imprenditoriale legato all’andamento del mercato dell’energia. Chi realizza un sistema di accumulo investe acquistando energia quando il prezzo è basso per rivenderla quando il prezzo aumenta. Lo Stato, cioè la collettività, interviene garantendo un corrispettivo economico per la disponibilità della capacità di accumulo per un periodo prestabilito. In questo modo il capitale investito può essere recuperato in cinque-dieci anni e, successivamente, gli impianti iniziano a produrre profitti garantiti».
Per il Coordinamento «si genera, dunque, una corsia preferenziale per il gigantismo». L’associazione ritiene infatti che «il disegno delle aste MACSE non è tecnologicamente neutrale, ma finisce per premiare i progetti di accumulo su larghissima scala, penalizzando soluzioni distribuite, integrate con impianti esistenti e maggiormente compatibili con il territorio».
Il Coordinamento afferma che «il sistema rischia di spingere verso la realizzazione di impianti enormi e invasivi persino in aree tutelate, come i siti della Rete Natura 2000 e le aree contigue dei parchi nazionali, spacciando per “transizione energetica” interventi che distruggono il capitale naturale».
L’associazione ribadisce: «non possiamo accettare che le valli tra Abruzzo e Molise vengano trasformate in cave e caverne industriali solo per permettere a Enel di massimizzare i profitti sfruttando gli invasi di Montagna Spaccata e Castel San Vincenzo» e sostiene che «l’inserimento di Pizzone II in questo meccanismo andrebbe a calpestare come non mai la Legge Quadro sulle aree protette».
Il Coordinamento aggiunge inoltre: «Anche qualora si ritenesse opportuno incrementare la capacità di accumulo del sistema elettrico nazionale, non è accettabile che le risorse pubbliche vengano indirizzate quasi esclusivamente verso opere di scala gigantesca, trascurando soluzioni tecnologiche distribuite, integrate con impianti esistenti e maggiormente compatibili con il territorio. Allo stesso modo, il modello delle Comunità Energetiche Rinnovabili dimostra come una produzione e una gestione dell’energia più distribuite possano contribuire alla resilienza della rete, ridurre gli impatti ambientali e generare benefici economici e sociali per le comunità locali.
Per il Coordinamento, «la transizione energetica non può essere utilizzata come giustificazione per incentivare esclusivamente il gigantismo industriale: innovazione significa anche scegliere le soluzioni meno impattanti, valorizzare le infrastrutture già esistenti e rispettare il patrimonio naturale e le comunità che lo custodiscono».
Il Coordinamento No Pizzone II ribadisce in conclusione la propria posizione: «il progetto era e rimane assolutamente inaccettabile. Invitiamo i cittadini, associazioni, istituzioni e politica a tenere viva l’attenzione: il rischio per le nostre comunità non è stato del tutto scongiurato.
Non possono esserci spazi per mediazioni o compensazioni di alcun genere. Continueremo a mobilitarci per difendere le nostre montagne, l’orso bruno marsicano e le altre specie protette, insieme all’integrità del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise».



