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Cielo e terra: cronache da una città scossa e innevata. Le difficoltà di un giovane residente

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L’Aquila. “Almeno nei MAP siamo al sicuro”, penso. Questa mattina sveglia presto, complice una sessione invernale interminabile. Quando alle nove e mezzo esco all’aperto, pala in spalla, tutto è di un bianco indistinto. L’Aquila e provincia sono ricoperti dalla neve: come è naturale, in tutto l’Abruzzo si parla di disagi alla viabilità, blackout, incidenti, e in molti sperano che il cielo torni a splendere. Ma della terra, no, nessuno sospettava. A casa di mia nonna, tra una palata e l’altra, entro in cucina e metto il tg. Alle dieci e mezzo la casa impazzisce e si scuote: rieccolo.

Una forte scossa di terremoto, di circa cinque gradi, nella zona tra Montereale e Capitignano, scrivono i giornali. Fuori la neve continua imperterrita. Poco dopo, ecco un’altra scossa, peggio della prima, e poi un’altra. Faccio scendere mia nonna al piano di sotto, salgo su dagli altri nonni: spaventati, ma tutto bene. Appena oltrepasso l’uscio, la casa comincia a tremare. Con sette anni di gavetta, siamo abituati a queste scosse ormai, ma stavolta mi spavento davvero. Le pareti sembrano flessibili fogli di cartone, mentre tutto trema. Il terremoto, quando arriva, sembra un grosso gigante minaccioso che non vuole saperne di andarsene.  Se al Map ci sentiamo al sicuro, siamo preoccupati per i nostri familiari, nelle casone di cemento armato. Mia madre, andata a lavoro in autobus, mi telefona in continuazione dall’università, mi chiede dei nonni. Tutto a posto, rispondo, stai tranquilla. Nel frattempo, lei con i suoi colleghi, sono costretti a uscire dall’ufficio, troppe scosse. Con la neve che continua la sua marcia uniforme, alcuni hanno problemi a tornare a casa. Il binomio maltempo – terremoto era ancora tutto da sperimentare. Ma L’Aquila sa come difendersi. Pazienza, una mattinata persa di studio, ed una lunga sessione invernale. Tuttavia penso ai nostri fratelli terremotati, ai pastori con i loro animali, con l’acqua gelata e senza aiuti, a chi è rimasto nel suo paesello distrutto, tra Marche, Lazio e Abruzzo. Affogati dalla neve, sconvolti da una terra che non vuole smetterla. Ad Amatrice la neve ha affondato il tetto di un poliambulatorio. I pastori, tra le case scoscese delle frazioni, spalano la neve e guardano i loro animali deperire. Mi sento al sicuro, qui, nelle case di compensato. Ma voi, quanto altro dovrete sopportare? @DiegoRenzi

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