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Orso ucciso a fucilate, protestano gli animalisti. Parco: è reato, Lav: faremo appello

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Pescarsseroli.  “Una sentenza a dir poco discutibile, ridicola e scandalosa”. Così – in una nota – Rinaldo Sidoli, responsabile centro studi del Movimento Animalista sulla sentenza del Tribunale di Sulmona che ha assolto un uomo di 65 anni, rinviato a giudizio per avere ucciso un orso marsicano – per sua stessa ammissione – a colpi di fucile su una pista ciclabile a Pettorano sul Gizio (L’Aquila). Colpo, secondo la tesi della difesa, partito dopo la caduta a terra dell’uomo. “Conservare un animale a rischio estinzione vuole dire
anche assicurare la certezza della pena. Chi si macchia di crimini così aberranti – afferma Sidoli – ne deve rispondere ai sensi di legge. Di questa specie ne sono rimasti poco più di 50 esemplari esclusivamente nel Parco Nazionale d’Abruzzo e in alcune aree protette limitrofe tra Abruzzo, Lazio e Molise”. “Dopo lo stanziamento di 6 milioni di euro di soldi pubblici per un progetto ad alto impatto nel Parco Sirente-Velino, area protetta regionale e di interesse comunitario, è chiaro il messaggio – conclude Sidoli – non voglio tutelare l’orso bruno marsicano. È già in atto la devastazione del suo habitat. Con questa sentenza si legalizza l’uccisione di esseri
innocenti”.

“Assoluzione per l’orso ucciso a Pettorano nel 2014, ma uccidere gli orsi è reato”: lo scrive in una nota il Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise in merito alla sentenza pronunciata dal Tribunale di Sulmona che ha assolto Antonio Centofanti, imputato nel processo penale per l’ uccisione di un orso marsicano nel settembre del 2014 a Pettorano Sul Gizio, nell’Aquilano. Il giudice ha
accolto la tesi della difesa e la richiesta di assoluzione del Pm per il fatto che non c’era intenzionalità di uccidere l’orso e che il colpo partì per una sfortunata fatalità determinata dalla caduta dell’uomo. “Le sentenze – afferma il Parco – vanno rispettate e sicuramente non è nostra intenzione derogare da questa regola. Il Parco, che si è costituito parte civile nel processo, valuterà le motivazioni della sentenza e deciderà se ricorrono i presupposti per proporre appello”. Con questa sentenza, dice il Parco, “c’è un evidente rischio di compiere la generalizzazione secondo la quale uccidere un orso non è un reato”.  Secondo il Parco d’Abruzzo, poi, “c’è il pericolo che possa emergere e diffondersi l’idea che la risposta più naturale ad un orso che si avvicina ad un’abitazione sia quella di sparargli. Questo sarebbe devastante, perché noi ci troveremo sempre più a fare i conti con animali che si avvicinano alle aree antropizzate e dobbiamo imparare a conviverci, non a risolvere il problema con l’eliminazione del presunto intruso”. “La conservazione dell’orso marsicano, come abbiamo più volte sostenuto – prosegue il Parco nazionale d’Abruzzo – presuppone che gli orsi possano ricolonizzare nuovi territori anche fuori da parchi e aree protette e non possiamo sicuramente legittimare l’atteggiamento di chi ritiene che ‘gli orsi
debbano stare a casa loro’, cioè nel ristretto territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Convivere con gli orsi si può e la stessa comunità di Pettorano, con le azioni di prevenzione e informazione messe in campo dopo l’uccisione dell’orso, ha dimostrato che è possibile”. “Infine – conclude il Parco – non possiamo esprimere un certo sconcerto per le modalità con le quali è stato condotto tutto il procedimento dalla Procura di Sulmona. Ci sono voluti più di 3 anni per arrivare a processo, per concludere il dibattimento con la richiesta di assoluzione. Davvero difficile da capire. Per evitare spiacevoli conseguenze, visto che diversi orsi frequentano le aree antropizzate, sarebbe il caso che non solo il Parco, ma anche la Procura, ribadisse che uccidere un orso è reato”.

“Ricorriamo in appello. È assurda l’ipotesi dello ‘stato di necessità’ se si spara alla schiena di un animale in fuga”. Così la Lega Anti Vivisezione (Lav) sull’ assoluzione con cui si è concluso il processo per l’uccisione, a Pettorano sul Gizio (Aq), di un orso “‘reo’ – afferma la Lav – di aver predato alcune galline di proprietà dell’imputato”. L’animale era stato colpito a morte dai colpi esplosi da un fucile da caccia, nel settembre 2014. “Ancora non sono note le motivazioni per cui i giudici del Tribunale di Sulmona (L’Aquila)
hanno assolto l’uomo, ma sarebbe assurdo se fosse stata confermata l’ipotesi di una reazione conseguente a uno ‘stato di necessità’ – afferma il responsabile Lav Area Animali selvatici, Massimo Vitturi – non può essere riconosciuto lo stato di necessità quando si spara alla schiena di un animale in fuga”. La Lav, che il 14 novembre scorso è stata ammessa parte civile nel procedimento, aveva chiesto che fossero ascoltati anche il medico veterinario che ha effettuato l’autopsia sull’ animale e un esperto perito balistico, che ha sottolineato
come l’orso fosse stato ucciso da un colpo di fucile sparato alla schiena, quando ormai si allontanava fuggendo dalla proprietà dell’uomo, non rappresentando quindi alcun rischio per la sua incolumità. “Questa assoluzione – dice ancora Vitturi – non scalfisce il principio per cui la giustizia ‘fai da te’ non è ammissibile in nessun caso e che l’uccisione di un animale particolarmente protetto, anche a livello europeo dalla Direttiva Habitat, come l’orso, costituisce un vero e proprio atto di bracconaggio”. Vitturi ricorda che esistono sistemi efficaci per prevenire le eventuali predazioni da parte degli orsi. “Chi non le mette in pratica, quindi – conclude l’esponente
della Lav – non può essere legittimato a usare un fucile contro un animale che non ha alcuna responsabilità”.

 

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