Pescara. Dodici anni dopo il referendum con cui i cittadini di Pescara, Montesilvano e Spoltore hanno scelto la fusione, si continua a discutere di rinvii e viene lanciata la suggestione di un nuovo referendum che rimetterebbe in discussione la volontà popolare già espressa. È la denuncia emersa dalla conferenza stampa congiunta del Movimento 5 Stelle e dei comitati per la Nuova Pescara, alla presenza della consigliera regionale Erika Alessandrini, del consigliere comunale di Pescara Paolo Sola, dell’avvocato Vittorio Iovine per il Comitato di Montesilvano, di Marco Di Marzio per il Comitato di Spoltore e di Dario Boilini dell’associazione La Grande Pescara.
«Quello a cui assistiamo è uno spettacolo di ambiguità politica inaccettabile – attacca Erika Alessandrini –. Forza Italia firma il rinvio, Fratelli d’Italia presenta la risoluzione per un nuovo referendum e la Lega vota entrambi. Poi ciascuno prova a smarcarsi abbozzando un timido dietrofront. Una cosa è certa: al momento del voto la maggioranza era unita. Le polemiche successive non cancellano le responsabilità di nessuno. Marsilio e Sospiri avevano assicurato che non ci sarebbero stati altri rinvii. Oggi la loro maggioranza smentisce quegli impegni e rimette persino in discussione il referendum del 2014. La strada che come M5S continuiamo a sostenere è quella del commissario ad acta, con i poteri sostitutivi previsti dalla legge, per portare a compimento la fusione il 1° gennaio 2027. Non servono altre promesse, né consultazioni ripetute: serve dare attuazione alla volontà dei cittadini».
Paolo Sola interviene sulle conseguenze amministrative: «Questa risoluzione rischia di diventare l’alibi perfetto per chi ha sempre ostacolato la Nuova Pescara. Perché impegnarsi ad accelerare il percorso e affrontare le questioni ancora aperte, se nel frattempo si lascia intendere che tutto potrebbe essere rimesso in discussione? E a pagarne le conseguenze saranno ancora i cittadini: ci sono servizi da unificare e altri già associati che presentano criticità da risolvere, perché finora si è pensato più a mettere una crocetta su un cronoprogramma che a migliorare veramente i servizi. E questa incertezza che qualcuno cavalcherà, rischia di trascinare per altri due anni e mezzo la rappresentazione strumentale di una fusione inefficace, invece di completare un percorso che consegnerebbe ai cittadini una macchina amministrativa più efficiente».
Marco Di Marzio richiama il paradosso previsto per Spoltore: «Nel 2027 i cittadini potrebbero essere chiamati a eleggere un nuovo sindaco e un nuovo Consiglio comunale destinati a rimanere in carica praticamente 18 mesi. Ma la stessa legge prevede che, in caso di mancato rispetto delle scadenze intermedie, il nuovo Comune nasca già il 1° febbraio 2028. Significa che la prossima amministrazione potrebbe durare appena pochi mesi. Che senso ha indire una consultazione surreale come questa sperperando altri soldi pubblici, oltre quelli già persi ad oggi per la mancata fusione?»
Alla contestazione politica si affianca quella giuridica, illustrata dall’avvocato Vittorio Iovine: «I comitati di Montesilvano e Spoltore hanno predisposto un’istanza formale per chiedere il ritiro della risoluzione e il riesame delle modifiche legislative. La consultazione prevista dalla Costituzione e dallo Statuto regionale è già avvenuta nel 2014 ed è stata seguita dalla legge istitutiva del nuovo Comune. Non esiste una scadenza per la volontà popolare, e chiediamo quindi alla Regione di non procedere con una nuova consultazione riesaminando le modifiche approved».
Infine, Dario Boilini (La Grande Pescara) evidenzia la frattura tra politica e cittadini: «Questa vicenda è la dimostrazione più evidente di come la politica riesca a tradire il rapporto di fiducia con i propri elettori. Nel 2014 i cittadini sono stati chiamati a esprimersi e hanno scelto democraticamente la fusione. Dodici anni dopo, quella volontà non è stata ancora rispettata e oggi si pretende persino di chiedere loro di votare nuovamente. È così che si alimenta la sfiducia nelle istituzioni. La politica dovrebbe dare seguito alla volontà popolare, non chiedere ai cittadini di votare finché il risultato non diventa quello desiderato da chi governa».



