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Maria Elena muore a 26 anni per anoressia, la Asl si difende: non è vero che abbiamo negato le cure

Il fratello della vittima: morta nell'indifferenza totale

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Chieti. Una ragazza di 26 anni di Chieti, Maria Elena Pompilio, malata di anoressia è morta dopo essersi vista rifiutare il ricovero in un centro specializzato, per le cure urgenti di cui aveva bisogno, presso una struttura fuori dalla regione. La ragazza era arrivata a pesare 28 kg, ed era malata da quando aveva 13 anni. Ricoverata per circa due mesi in un centro in Toscana, dall’Abruzzo non hanno mai inviato la proroga, per permettere il prolungamento delle cure necessarie. Tornata a Chieti, nonostante il pochissimo peso, la ragazza è stata dimessa dopo due giorni. “Nessun medico prese la responsabilità di dire che era fuori pericolo e ad oggi non riesco a capire il motivo del rilascio” dichiara il fratello.

La Asl si difende ““non corrisponde al vero l’accusa secondo cui la giovane donna di Chieti affetta da anoressia sia morta nell’indifferenza o, peggio ancora, per colpa della nostra Azienda che le avrebbe negato le cure”: interviene il direttore sanitario della Asl di Chieti, Vincenzo Orsatti, sul caso sollevato dal fratello della paziente.

“Dopo essersi rivolta al nostro Centro di salute mentale – afferma Orsatti – la ragazza ha seguito un percorso riabilitativo, autorizzato e pagato dalla Asl, presso una struttura della Toscana. All’aggravarsi delle sue condizioni fisiche si era reso necessario un ricovero presso un ospedale toscano dove le erano state riscontrate alterazioni metaboliche che ne modificavano il profilo assistenziale: in sostanza era emersa la necessità che fosse seguita in una struttura a vocazione clinica più che riabilitativa. Tornata in Abruzzo, ha avuto nuovamente bisogno di un ricovero nell’ospedale di Chieti. Una volta dimessa, è stata seguita con un articolato programma di assistenza domiciliare che prevedeva anche la nutrizione artificiale. Tutto questo mentre il Centro di salute mentale di Chieti era alla ricerca della struttura più appropriata, dopo che la famiglia aveva rifiutato un centro locale specializzato nella cura dei disturbi dell’alimentazione, autorizzato e accreditato. Quanto ai problemi di ordine economico che, secondo la famiglia, avrebbero ostacolato il ricovero fuori regione, è necessario specificare che la somma giornaliera che l’Azienda è a sua volta autorizzata a spendere per la degenza in tale genere di struttura è pari a 210 euro. Nel caso specifico la struttura individuata ne chiedeva 279, una cifra di gran lunga superiore al tetto consentito per fare fronte alla quale la Asl aveva chiesto una documentazione che attestasse l’indispensabilità del ricorso a quel centro. Come noto, il corretto utilizzo delle risorse economiche a disposizione è un preciso obbligo dell’Azienda, che ne risponde davanti alla magistratura contabile. Pertanto – conclude Orsatti – pur avendo il massimo rispetto per la vicenda e per il dolore dei familiari, non possiamo accettare di essere stati inerti, indifferenti o colpevoli rispetto a quanto è accaduto. Né può essere addebitato come colpa all’Azienda il fatto di avere chiesto doverosamente di documentare, sotto il profilo clinico, la necessità di un ricovero più costoso fuori regione”.

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