The news is by your side.

Moti aquilani, figlia di Fabiani: gesto infame, ma no risentimento

"Mio padre non condannò mai violenza, ma volle capire motivazioni"

96

L’Aquila. “Mio padre non ha mai avuto risentimento nei confronti di quel gesto così infame. Ne parlava poco, ma non ha mai speso parole di condanna, piuttosto di pacificazione verso i suoi concittadini”, dice così Leila Fabiani, figlia di Luciano, raccontando dell’assalto alla casa di famiglia e dell’incendio della biblioteca nei giorni dei moti aquilani. “Mio padre da subito cercò di rileggere il problema come una manifestazione di ignoranza collettiva e cercò di capire chi fosse stato il manovratore. Non è stato facile, nell’immediato, capire questa posizione, ma grazie al suo atteggiamento di pacificazione abbiamo superato la paura dell’aggressore, un rischio concreto per un adolescente come me. Non furono mai usate parole di vendetta da parte di mio padre”.

Leila Fabiani al tempo dei moti aveva sedici anni, ma la memoria è rimasta sempre viva, metabolizzata grazie all’esempio pacificatore di Luciano “che mai”, come sottolinea Leila “ebbe parole di risentimento e vendetta verso quella violenza”. Dopo la fine dell’allarme sicurezza, era chiaro che lo scontro politico a cui ci si appellava per le violenze, era campato in aria e non basato sui fatti. “Mio padre si sforzò sempre, per il resto della sua vita, a capire chi fosse stato il manovratore dell’ignoranza della gente”. “A distanza di tempo non c’è stata né rabbia, né rivendicazione, né astio nei confronti di chi aveva dato fuoco a casa. I discorsi di mio padre erano orientati a capire chi avesse manovrato”, dice Leila Fabiani analizzando i fatti a distanza di cinquant’anni. Grazie all’equilibrio dell’atteggiamento di Luciano Fabiani verso gli assalitori, i giovani figli non caddero nella trappola della sindrome da accerchiamento e continuarono a vivere da adolescenti la propria città.

“L’esempio di mio padre ci diede una via d’uscita dal livore, con quel disorientamento in cui si devono riprendere le misure per avere rapporti con il prossimo. Una buona palestra per capire il senso all’impegno politico: mettersi in gioco per le proprie idee, come fece papà. Mio padre parlava poco dei moti. Era rimasto male per l’accaduto, soprattutto per il senso di colpa di aver messo a rischio la propria famiglia e l’unico che bene che avevamo, la casa. Ha speso, nel tempo, questo brutto episodio come esempio emblematico di rischio dell’impegno politico. Personalmente, a distanza di cinquant’anni, penso che la crescita della città sia stata permeata da ambiguità. La scelta politica di mediazione fatta, di cui mio padre fu ispiratore, è stata compresa come strada per non perdere il capoluogo, data l’inferiorità numerica nell’assemblea regionale dei rappresentanti dell’aquilano. Tutti gli aquilani ricordano che cosa stessero facendo in quei giorni dei moti e sanno dove si trovassero durante gli scontri. Ma nessuno ha mai detto, con onestà, che cosa sia successo nella testa della gente. Non sono stati fatti i conti con le proprie azioni. Non ho conosciuto una sola persona che abbia rivendicato, giustificandoli, quegli atti di violenza. Ma qualcuno li ha commessi. Quindi i conti non tornano”, conclude Leila Fabiani.

Articoli più letti

Ultimi articoli