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“L’Aquila non diventi come Barcellona e Berlino”: appello contro il progetto sui 1.600 alloggi

Alessandra Ciciotti di Alessandra Ciciotti
19 Ottobre 2026
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L’Aquila. “Deve prevalere il “senno del prima”! Non permetteremo che L’Aquila diventi come Barcellona, Madrid o Berlino! Affidare 1.600 alloggi a un fondo immobiliare significa consegnare un patrimonio pubblico alle logiche del mercato. Bisogna fermarsi adesso, prima che gli aquilani paghino il prezzo di questa scelta”. Lo hanno dichiarato Enrico Verini e Gianni Padovani, Consiglieri comunali dell’Aquila.
“Da Madrid a Barcellona, da Berlino a tante altre città europee, migliaia di persone scendono in piazza per difendere il diritto alla casa. Gli affitti sono diventati insostenibili, i prezzi degli immobili hanno raggiunto livelli che escludono una parte crescente della popolazione e sempre più giovani e famiglie sono costretti ad abbandonare i quartieri in cui sono cresciuti.
È una crisi che non nasce dal nulla. Tra i fattori che la alimentano c’è anche la crescente finanziarizzazione del mercato immobiliare: grandi fondi acquistano immobili, li trasformano in strumenti di investimento e puntano a ricavarne rendimenti economici. Il risultato è che la casa, anziché essere innanzitutto un diritto e un bisogno fondamentale, diventa sempre più una merce sottoposta alle logiche del profitto.
E mentre in Europa i cittadini protestano per gli effetti di queste politiche, all’Aquila si rischia di imboccare proprio quella strada.
Il progetto di affidare a Invimit circa 1.600 appartamenti del Progetto CASE rappresenta una scelta che può cambiare profondamente il futuro abitativo della nostra città.
Parliamo di un patrimonio nato per rispondere alla tragedia del terremoto del 2009, costruito per dare una casa agli aquilani in un momento drammatico della nostra storia. Un patrimonio pubblico che dovrebbe essere considerato una risorsa strategica per garantire il diritto all’abitare, sostenere le famiglie e offrire opportunità ai giovani, agli studenti e a chi non riesce a trovare una sistemazione a prezzi accessibili.
Affidare un patrimonio di queste dimensioni a una società che opera nella valorizzazione immobiliare significa introdurre una logica diversa da quella che dovrebbe guidare una politica pubblica della casa. Quando gli immobili entrano in un circuito orientato alla redditività, la conseguenza è una pressione crescente sulla loro valorizzazione economica e sui ricavi che possono generare. E quando la casa viene governata dalle logiche del mercato, sono le persone con redditi più bassi e medi a rischiare di essere espulse.
È esattamente quello che sta accadendo in molte grandi città europee. E noi non vogliamo che accada anche all’Aquila.
Qualcuno potrebbe sostenere che la nostra sia una città troppo piccola per conoscere le stesse dinamiche di Madrid, Barcellona o Berlino. Ma è proprio questo il punto: oggi l’Aquila ha ancora la possibilità di prevenire una crisi abitativa di questo tipo. Non dobbiamo aspettare che il problema si manifesti, che i canoni diventino insostenibili, che i giovani siano costretti ad andarsene e che le famiglie si ritrovino senza alternative.
La nostra posizione è chiara: bisogna agire adesso, impedire che il problema si produca, non intervenire dopo quando correggere gli effetti di una scelta sbagliata diventa molto più difficile.
È questo il compito della politica. Non limitarsi a gestire le conseguenze delle decisioni assunte, ma avere la capacità di prevederne gli effetti e di evitarli quando è ancora possibile.
Una volta che un patrimonio immobiliare è stato inserito in un determinato modello di gestione, modificarne gli indirizzi, recuperare il controllo e correggere le dinamiche economiche può diventare estremamente complicato. Per questo le decisioni sui 1.600 appartamenti non possono essere considerate una semplice operazione amministrativa o finanziaria. Riguardano il futuro sociale della città e la possibilità, per migliaia di persone, di continuare a vivere all’Aquila.
Ci chiediamo allora quale sia la strategia dell’amministrazione comunale per garantire che questo patrimonio rimanga davvero al servizio della collettività. Perché non stiamo parlando di immobili qualsiasi, ma di una risorsa pubblica straordinaria, che dovrebbe consentire al Comune di svolgere un ruolo attivo nel mercato abitativo, invece di rinunciare a una parte così importante della propria capacità di intervento.
La casa non può essere affrontata soltanto in termini di valorizzazione degli immobili, di gestione patrimoniale o di rendimenti economici. Deve essere affrontata partendo dalle esigenze delle persone. E questo significa conservare strumenti pubblici efficaci, mantenere il controllo sulle scelte fondamentali e impedire che il diritto all’abitare venga progressivamente subordinato alla capacità di pagare.
Per questo chiediamo che il progetto venga fermato e rimesso in discussione prima che si compiano scelte difficilmente reversibili. Occorre aprire un confronto pubblico, trasparente, in Consiglio comunale e con la città, per individuare una strategia alternativa che metta al primo posto l’interesse degli aquilani.
Non è una battaglia ideologica. È una questione concreta che riguarda il futuro della nostra comunità.
Le proteste europee dovrebbero rappresentare un avvertimento per tutti: quando ci si accorge che il mercato immobiliare ha escluso una parte consistente della popolazione, spesso è già troppo tardi per intervenire senza costi sociali enormi. Le amministrazioni che hanno a cuore il futuro delle proprie città devono imparare da quelle esperienze, non ripeterle.
L’Aquila ha l’occasione di scegliere una strada diversa. Può utilizzare il proprio patrimonio per costruire una politica abitativa pubblica, lungimirante e capace di rispondere ai bisogni dei cittadini. Oppure può imboccare un percorso del quale rischiamo di vedere le conseguenze soltanto tra qualche anno, quando le famiglie si troveranno a fare i conti con problemi che oggi possiamo ancora prevenire.
Noi pensiamo che la responsabilità politica consista proprio in questo: avere il coraggio di intervenire prima, anche quando gli effetti negativi non sono ancora diventati evidenti.
Non vogliamo scendere in piazza domani per chiedere di correggere ciò che oggi possiamo impedire. Vogliamo agire oggi perché domani gli aquilani non siano costretti a scendere in piazza per difendere il proprio diritto alla casa.
La casa è un diritto, non un privilegio. E il patrimonio pubblico dell’Aquila deve restare uno strumento al servizio degli aquilani, non diventare il punto di partenza di una crisi abitativa che potevamo evitare”.
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