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“La figlia di Iorio”, il dipinto di Michetti che urla alla violenza

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Pescara. Sentire il brivido che fruga nell’ossessione è violazione, è violenza. In un ritratto di vita ancora attuale, gli abusi sulle donne pervadono le in-coscienze deviate dei molestatori, contaminando le vittime col sangue di un dolore non cicatrizzante. Facendo qualche passo indietro per giungere all’estate del 1895, focalizzeremo un’immagine malsana dove a Tocco da Casauria, paese natale dell’artista Francesco Paolo Michetti, una tremenda scena affiorò fredda ai suoi occhi.

Una giovane donna, con passo travolto da una corsa disperata, attraversò la piazzetta del paese poiché rincorsa da alcuni contadini che, ubriachi e nel bel mezzo di una giornata particolarmente calda, volevano abusare del suo fascino. La fanciulla, scarmigliata e urlante, cercò quindi di coprirsi con le sue vesti tenendole energicamente tra i suoi pugni irrigiditi mentre i lussuriosi inquieti, nell’osservarla, sogghignavano impadroniti da un’idea sudicia, proprio come i loro corpi sporchi poiché macchiati da un istinto malato.

Il Michetti, trovandosi con l’amico D’Annunzio in loco, assisté a quei tristissimi tentativi di molestie, impressionandosi terribilmente e trovando poi sfogo nella pittura che diventò interpretazione narrante di quella visione generatrice di violenza. Scelse Giuditta Saraceni, una diciannovenne originaria di Orsogna, per accentrarla nel ruolo della protagonista sulla sua tela “La figlia di Iorio”. Tuttavia, i personaggi ritratti che osservano la fanciulla sono sette, cinque dominanti e due marginali.

Il primo figurante, posto a sinistra, si presenta sdraiato e con uno sguardo impuramente estasiato, ma egli, inaspettatamente, rappresenta un autoritratto di Francesco Paolo Michetti. Il secondo personaggio invece, posto alle spalle della donna, mostra delle sembianze che ci conducono sorprendentemente al poeta e musicista Paolo De Cecco. Pertanto, questa chiave di lettura decisamente originale, crea una costruzione artistica dall’analisi complessa, ma altrettanto interessante per la poliedricità concettuale. Anche gli altri componenti, non meno importanti, ci proiettano al contenuto analitico dei loro impulsi lussuriosi, sfoggiandone bensì, un’immagine evocativa e dannatamente squilibrata.

L’opera pittorica, realizzata a tempera su tela, occupa un’altezza di 280 cm e una larghezza di 550 cm. Ad oggi, è conservata nel Palazzo della Provincia a Pescara e, per il patrimonio artistico, rappresenta una enorme testimonianza sulla drammaticità delle violenze e su quelle intenzioni malsane che continuano a distruggere ogni buona morale della vita. Tuttavia, racchiudendo il valore della ‘nonviolenza’ che si eleva dal fango terreno fino a stabilirne una connessione liberatoria con l’universo, possiamo carpirne lo spirito dell’uomo che, convogliandolo in questa massima di Mahatma Gandhi ne mostra un’analisi ben determinante: “Il sentiero della nonviolenza richiede molto più coraggio di quello della violenza”.

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