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Indagini chiuse sul giallo di San Benedetto, l’accusa: vittima abbandonata in un luogo pericoloso

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Avezzano. Quella notte, sarebbe stato abbandonato in  un luogo pericoloso mentre era in stato confusionale, per poi finire nel fiume giovenco dove venne trovato cadavere venti giorni dopo. E’ questa l’accusa nei confronti dei due giovani indagati per la morte di Collinzio D’Orazio. Salta così l’accusa di omicidio volontario, che era stata avanzata nell’ultima fase delle indagini preliminari.  La procura di Avezzano, e in particolare il  sostituto procuratore della Repubblica di Avezzano,  Lara Seccacini, titolare dell’inchiesta, accusa quindi i due principali indagati del reato di  abbandono di incapace e non più di omicidio volontario.

Sotto accusa ci sono i due giovani di San Benedetto, Fabio Sante Mostacci e Mirko Caniglia, 29enni,  quel 2 febbraio del 2019, dopo averlo trovato D’Orazio nella piazza del paese steso a terra e averlo fatto salire in macchina, anziché riaccompagnarlo a casa,  o comunque in un altro luogo sicuro, lo avrebbero abbandonato in evidente stato confusionale, anche a causa dei problemi psichici e dell’evidente stato di ebbrezza, sotto la pioggia e alle basse temperature notturne, in una situazione di oggettivo pericolo. Secondo la procura, lo avrebbero lasciato in un luogo pericoloso e più in particolare “in un terreno isolato, fuori dal centro abitato, attraversato da un reticolo di strade pericolose per un percorso pedonale e dal fiume Giovenco”.

Un depistaggio sarebbe stato messo in atto, sempre secondo l’accusa,  con false dichiarazioni da parte degli accusati.  I due giovani, per la procura,  avrebbero continuato anche nei giorni successivi al presunto abbandono a non dire nulla e  non fornire neppure dati utili per il rinvenimento della vittima che veniva cercato ovunque da volontari e da una task forze di vigili del fuoco, carabinieri e polizia. Anzi, secondo la procura, avrebbero addirittura  depistato le indagini. Nella seconda fase delle indagini l’accusa era diventata quella di omicidio volontario. Ora il capo d’accusa è tornato quello originario. Oltre che del reato di abbandono di incapace devono rispondere anche dell’aggravante di aver causato, con il loro gesto, la conseguente la morte del loro compaesano.  Gli accusati con le aggravanti rischiano fino a 8 anni di reclusione.

I fatti avvennero nel 2019 quando  la notte del 2 febbraio la vittima viene vista consumare alcolici al bar del paese  nonostante l’incompatibilità con i medicinali che assumeva. C’è anche un filmato fatto con un cellulare davanti al locale. Poi le sue tracce diventano vaghe, fino a quando i due giovani indagati, secondo il loro racconto, lo avrebbero trovato per strada ubriaco decidendo di riaccompagnarlo a casa.

Un errore però avrebbe condizionato tutta la situazione. I due accusati sbagliano  abitazione, suonando al citofono della famiglia di un avvocato del paese. Il professionista si  affaccia alla finestra. Successivamente racconta di aver visto uno dei due che strattonava D’Orazio per farlo uscire dall’auto, ma lui non voleva. Così poi ripartono  ma non si sarebbero fermati all’abitazione successiva, a circa 20 metri, quella della famiglia del 51enne. Anche perché lui non voleva scendere dall’auto per paura di essere rimproverato dalla madre. Secondo la ricostruzione dell’accusa, però, i due giovani, dopo aver sbagliato casa, avrebbero fatto dietrofront dirigendosi in una strada più isolata, dove sarebbe stato lasciato D’Orazio. In quel punto si perdono le tracce della vittima. Anche i cani molecolari si fermano lì, come se dell’uomo non ci fosse più alcuna traccia. e’ nel fiume Giovenco che Collinzio D’Orazio viene ritrovato  cadavere  il 23 febbraio del 2019.

Le difese  si preparano a dare battaglia. “Dall’inizio”, sottolinea l’avvocato Mario Flammini che difende Mostacci insieme all’avvocato Franco Colucci, “siamo stati fiduciosi dell’operato della magistratura e degli inquirenti che con il loro lavoro attento hanno escluso in maniera inequivocabile l’ipotesi di omicidio volontario, dando una risposta certa sia ai familiari, sia ai nostri assistiti che, purtroppo, non hanno passato un periodo facile della loro vita visto il clamore mediatico che ha ricevuto la vicenda. Ad oggi, resta in piedi l’ipotesi accusatoria di abbandono di persone incapaci, ma affronteremo il processo con la massima serenità certi anche in questo caso della totale estraneità ai fatti dei ragazzi oggi indagati”. “Una ipotesi accusatoria che si fonda sul nulla”, incalza l’avvocato Antonio Milo difensore di CAniglia, “sono certo che in breve tempo verrà sancita l’innocenza del mio assistito”.

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