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Inchiesta Celano, Santilli e Piccone fanno ricorso in Cassazione per rientrare in città

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Celano. Hanno presentato, attraverso il loro legale, l’avvocato Antonio Milo, ricorso in Cassazione per chiedere il ritorno in città. Sono il sindaco Settimio Santilli, sospeso dalla prefettura dell’Aquila che però non si è dimesso e quindi ancora in carica e l’ex vicesindaco Filippo Piccone, ch einvece si è dimesso.

I due amministratori sono rimasti coinvolti nell’inchiesta “Acqua fresca”, coordinata dalla procura di Avezzano, che tratta di reati contro la pubblica amministrazione e che ha portato all’arresto di 8 persone e a 51 indagati.

Sia Santilli che Piccone sono attualmente sottoposti al divieto di dimora a Celano.

Secondo il Riesame, che ha revocato gli arresti a cui entrambi erano stati sottoposti (Piccone in carcere e Santilli ai domiciliari), la misura del divieto di dimora del sindaco “è idonea a contenere il rischio di reiterazione di reati della stessa specie perché impone l’allontanamento dell’indagato dal contesto amministrativo e sociale in cui sono maturati tutti i reati contestati”.

L’avvocato Antonio Milo ha presentato ricorso in Cassazione ritenendo “del tutto sproporzionate e ingiuste le vigenti misure cautelari”. La difesa contesta sia le ipotesi di reato residuali, quelle cioè confermate dal riesame, sia la sussistenza delle esigenze cautelari attualmente in vigore.

Per una parte delle accuse, il tribunale dell’Aquila ha stabilito che non doveva essere emessa alcuna misura restrittiva ma per la maggior parte dei capi a loro carico, ha confermato le accuse.

Per quanto riguarda la posizione di Piccone, a cui vengono contestati numerosi reati, è stata esclusa dal riesame l’accusa di peculato in relazione alla vicenda della consulenza per i lavori di demolizione della scuola Tommaso da Celano. Non emergerebbero indizi idonei a sostenere l’accusa di turbativa relativa alla procedura per i lavori alla stessa scuola. Così come non sussistono, sempre per il Riesame, i gravi indizi per i reati di turbativa riguardo alla manutenzione dei campi sportivi. Saltato anche il capo d’accusa di turbativa per la progettazione di una scuola, di un parco e di un parcheggio nelle zone Aia, Don Minozzi e Dietro Castello.

Secondo il tribunale del Riesame, sono invece più solide le imputazioni per tutti gli altri capiti d’accusa, tanto che i giudici, nonostante le dimissioni irrevocabili di Piccone, che vengono definite come un fatto rilevante, temono che ci possa essere una reiterazione del reato. Piccone, spiegano dal Riesame, “non si è fermato neanche davanti ai ripetuti accessi della polizia giudiziaria negli uffici comunali e ha continuato a ordinare i falsificazioni e a gestire in piena autonomia gare pubbliche. Ha dimostrato di non sapersi allontanare i realmente dal sistema di potere che aveva creato e che ruotava attorno a lui.
Inoltre ha dimostrato”, sempre secondo le motivazioni, “di svolgere il ruolo di dominus dell’amministrazione pur non essendo sindaco né assessore e ciò perché la sua rete clientelare di contatti e influenze è talmente vasta da consentirgli di dirigere a suo piacimento gli uffici pur non avendone formalmente titolo”.

Secondo la difesa, su questo punto, “non ci sono elementi concreti specifici e i reati contestati risalgono a 3 anni fa”. Si tratterebbe quindi, secondo la tesi difensiva, di congetture, che non giustificherebbero i provvedimenti cautelari.

Per quanto riguarda il sindaco Santilli per quattro capi d’accusa i giudici del Riesame hanno evidenziato che non sono stati messi in luce “elementi concreti da cui desumere il ruolo concorsuale svolto da Santilli”.

In alcuni casi gli indizi in relazione alla partecipazione del sindaco “non possono qualificarsi in termini di gravità”. Sussistono invece i gravi indizi di colpevolezza in relazione a tutti gli altri capi di imputazione provvisoria.

La difesa contesta l’ipotesi secondo cui ci sia il rischio che Piccone e Santilli possano commettere di nuovo gli stessi reati. Motivazione questa che ha portato il tribunale del riesame a disporre il divieto di dimora per entrambi.
Secondo la difesa, però, se tutto si basava sulla figura apicale di Piccone (come sostiene il Riesame), essendosi lui dimesso non ci sarebbe più sussistenza delle misure restrittive.

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