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Il Monte Labbrone, le pecore e la guerra: un posto dove “Tutto è più chiaro che qui”

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Ve la ricordate quella canzone di Francesco De Gregori che cantava del Tevere in cui si poteva nuotare? Di un cielo libero, in cui l’artista chiedeva a un vecchio di aiutarlo a capire cosa ci si doveva aspettare dal futuro. Una lunga canzone che attraversava le memorie di un’altra generazione. Passata per la guerra, per i sacrifici. Una specie di ballata quasi etica, un canto pieno di orgoglio, di un uomo che sa che saprà resistere anche al peggio.

Per me è stata una coincidenza ascoltarla per la prima volta mentre da Celano, in provincia dell’Aquila, attraversavo la piana del Fucino per raggiungere Trasacco, il paese “al di là delle acque”, che una volta erano quelle di un lago e che poi hanno lasciato il posto a un tappeto dipinto dai colori dell’agricoltura.

La Marsica è piena di posti del cuore, chissà quanti ce ne sono ancora da esplorare, da raccontare.

Oggi il posto del cuore che racconta My Zona, è il Monte Labbrone, a Trasacco. Non è impegnativo, è alto 1099 metri. Da su si vede il Monte Velino. Andando avanti, l’imbocco della Vallelonga. Poco più in là si entra nel perimetro del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

“Corri Antonè, tuo nonno sta alla cantina e bisogna andare a riprendere le pecore”. E lui saliva lì su, da solo. Aveva solo otto anni ma quelli erano i tempi in cui anche i bambini contribuivano a mandare avanti la famiglia. Il lavoro della sua girava tutto intorno al gregge, alle pecore. Al latte, alla carne, alla lana.

È proprio da qui, dal Monte Labbrone, che inizia la storia di Antonello Petrei, atleta 48enne, di Trasacco. In Abruzzo Petrei è una specie di mito. Chi segue il mondo dell’atletica lo ricorda praticamente sempre sul podio.

Nel 2006, a Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, al campionato italiano di mezza maratona fu il secondo degli italiani: quarto assoluto con il tempo di 1 ora 03’07. È ancora l’attuale primato regionale sulla distanza.

Sui 10.000 in pista, nel 2007, fece anche meglio: 29:15.7. All’epoca correva con l’Atletica Futura, società non abruzzese e quindi quel risultato non modificò il suo primato regionale. I suoi sono numeri entrati nella storia dello sport abruzzese.

Dall’annuario Fidal Abruzzo 2019 ci sono due suoi primati regionali: sui 10.000 in pista, 29:16.2, a Teramo il 06.05.2006, per i colori della Bruni Pubblicità Atl. Vomano e sulla Maratona, con 2:14:31, a Treviso il 12.03.2006, sempre per la Vomano.

È sul Monte Labbrone che ha iniziato a correre, in salita. Quando andava a riprendere le pecore di nonno Mario. Lo stesso nonno che prima di morire gli ha regalato un cavallo: l’indomabile “Selvaggio”.

“Lo chiamai così perchè non si faceva cavalcare”, racconta lo sportivo che mi ha accompagnato in un’escursione con cui proviamo a scrivere una pagina della sua di storia, che però, all fine, è un pezzo di storia d’Abruzzo. Perché nonno Mario, Angelini era il cognome, era uno dei pastori più conosciuti del territorio. Le sue immagini sono finite anche in una delle pubblicazioni più note della regione che affonda le sue radici, nei tratturi, nella transumanza, nella pastorizia.

Sul sentiero che sale sul Monte Labbrone qualche settimana prima ero salita con il Cai, realizzando un servizio sulle attività di ricognizione, segnatura e manutenzione di un sentiero che da Trasacco raggiunge la Valle d’Amplero.

Salendo sul sentiero si entra poi in una pineta, in un’area che grazie a un finanziamento della comunità europea sarà ora riqualificata.

Con Petrei però saliamo direttamente sulla strada verticale che ci porta alla prima croce. Di fianco abbiamo il filo spinato. C’è il bestiame che pascola. E così non si avvicina col rischio di cadere giù. Petrei indica le aree dove ricorda che le pecore si portavano a pascolare “costa de peschie” e “maice”.

Il vento è forte perchè tutto intorno è scoperto. C’è il bestiame che pascola e che ci guarda, curioso.

Si vede bene la piana del Fucino: di fronte Celano, in lontananza Pescina, Ortucchio. Si vede la centrale spaziale del Telespazio.

Ci dirigiamo in direzione della pineta che poi ci riporterà nel sentiero tracciato. E lì c’è una buca. A Trasacco tutti lo sanno. Si racconta che fu scavata dall’esplosione di una bomba nella Seconda Guerra Mondiale. La Marsica tutta nasconde ancora tanti ordigni bellici. Tanti gli interventi del 6° Reggimento Genio Pionieri dell’esercito, in zone poco distanti da quelle in cui siamo, dove sono stati trovati per caso ordigni inesplosi. L’ultimo ordigno, in ordine di tempo, qualche settimana fa, lo ha trovato a Venere, la frazione di Pescina, proprio un pastore.

A dicembre 2019 per rimuovere una bomba rimasta inesplosa a Gioia dei Marsi fu necessaria un’imponente operazione coordinata dalla Prefettura dell’Aquila che per un giorno intero tenne con il fiato sospeso tutta la Marsica.

La buca è grande e la sua storia si è tramandata da generazione a generazione. Chissà se un giorno la scuola sarà pronta per portare gli studenti a toccarla con mano la storia che studiano sui libri. Quel passato fatto di avvenimenti che hanno tracciato la storia di una nazione sono ancora qui, sotto i nostri occhi ma in quanti ancora sanno raccontarlo?

Ci dirigiamo verso la zona che ci porta in direzione della Valle d’Amplero.

Una valle che vi racconteremo presto. Non è difficile in posti come questo incontrare animali selvatici, siamo alle porte del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Ma chi frequenta questi posti sa come comportarsi eventualmente. Noi non abbiamo la fortuna di incontri “speciali” ma incontriamo  comunque mucche che continuano a pascolare e fondamentalmente a ignorarci.

Da bambino la corsa era per far scendere le pecore, poi il Monte Labbrone è stato l’allenamento per le ripetute, gli scatti, il potenziamento. Quando chiedo a Petrei se la strada dello sport la consiglierebbe ai suoi figli, dice solo: “Il mondo dello sport è cambiato” e no, non lo ha fatto: i suoi figli hanno preso strade diverse.

Sulla strada del ritorno a un certo punto il sentiero è fatto di pietre, sicuramente la scelta delle scarpe, come in tutte le altre escursioni deve essere attenta. Quindi, munirsi di giacche che comunque riparano dal vento e calzature che non siano troppo scivolose ma comunque non troppo pesanti.

“Cosa provi quando corri?”. È la domanda che faccio a Petrei mentre scendiamo dalla sua My Zona. “Correre è leggerezza. Mi fa stare bene. Mi fa entrare in una dimensione dove sono me stesso”.

Mentre cammino e lo guardo più avanti penso che a volte è difficile raccontare certe esperienze, anche per chi le parole alla fine sa usarle per mestiere. Petrei mi racconta di come con gli anni la vita di uno sportivo che per tanto tempo è stato impegnato nell’agonismo sia cambiata. Con i figli, il lavoro. Quello dell’agonismo è un mondo che ti assorbe sempre di più e che vuole sempre di più.

Quello che rimane sono i record ma anche i tanti sacrifici fatti per raggiungerli. Ma Petrei cosa sono i sacrifici lo sa anche grazie a nonno Mario.

È tutta stesa al sole
Questa vecchia storia
Tutta sulle tue spalle, vecchio
E sulla tua parola
Che hai visto piovere sulle rovine
E le montagne crollare
E hai visto il sangue e le stelle alpine
E la neve bruciare
E hai visto l’aquila volare
Io da qui vedo uomini caduti per terra
E nessuno fermarsi a guardare
E gli innocenti confondersi e gli assassini ballare
Gli innocenti corrompersi e gli assassini brindare
Ma tu, dimmi che cosa vedi adesso tu
Che adesso quasi non ci vedi più
Dimmi che cosa vedi tu da lì
Dimmi che è tutto più chiaro che qui
Tutto più chiaro che qui
E dimmi che potrò capire
E dimmi che potrò sapere
E dimmi che potrò vedere
Un giorno anch’io così
Tutto più chiaro che qui Anch’io così
Dimmi che tutto è più chiaro che qui
Anch’io così
Tutto più chiaro che qui
Tutto più chiaro che qui
Ho pensato a quella canzone di De Gregori. E ho pensato al nonno pastore che ha lasciato in eredità al nipote il Monte Labbrone, con il suo senso di libertà, la luce e la sua leggerezza. Ho pensato ai sacrifici di un mestiere nobile come quello dei pastori.
E ho pensato che forse lì su è uno dei posti dove “Tutto è più chiaro che qui”. È così che si chiama quella canzone.
Mentre sono in macchina e torno a Celano incontro un pastore e il suo gregge. Sono ormai “al di là delle acque” e lo sfondo è cambiato. Ora c’è la Serra di Celano e Trasacco è alle mie spalle.

A casa, mentre scrivo, mi affaccio dalla finestra e fotografo il Monte Labbrone. Non so in realtà se lo chiamino così per via del fatto che ricordi delle grandi labbra. Ho dimenticato di chiederlo. Per ora so solo che è un “posto del cuore” di qualcuno che ha fatto il dono di raccontarcelo.

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