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Gli amici di una vita raccontano Sergio Marchionne: era un leader già dalla scuola elementare

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Chieti. “Il ricordo che mi lega a Sergio Marchionne risale a cinque anni fa quando lui passeggiava per il corso di Chieti con le guardie del corpo e i cugini. Loro sapevano che sono il marito di una cara amica di famiglia: mi fecero avvicinare e io gli passai telefonicamente mia moglie che lo conosceva da bambina. Parlarono più di venti minuti e lui volle sapere degli amici del quartiere e di lei”. Così, emozionato, racconta all’ANSA Alceo Esposito parlando al posto della moglie, provata dalla scomparsa dell’amico d’infanzia. “Si ripromettevano sempre di organizzare una rimpatriata, ma non ci sono riusciti”, racconta rammaricato Esposito, “il padre di mia moglie e di Sergio erano nati a Cugnoli, erano carabinieri e si frequentavano perché abitavano nello stesso quartiere di S.Maria”. E, a Santa Maria, nella parrocchia di Sant’Agostino, Sergio Marchionne ha ricevuto la sua Prima comunione da Don Alberto Rinaldi. A Chieti Concezio Marchionne tornò dopo essersi sposato con la moglie Marisa istriano-veneta che aveva conosciuto quando prestava servizio nell’arma dei carabinieri in Friuli. Acquistarono casa in via Galliani in uno dei quartieri storici di Chieti. “Lì a fine anni cinquanta”, racconta ancora Alceo, “le rispettive famiglie si riunivano spesso per vedere la televisione a casa di mia moglie perché la famiglia di Sergio non l’aveva ancora acquistata: era una famiglia semplice, una bella e sana famiglia con due figli molto studiosi. Sia Sergio che Luciana, la sorella, erano molto studiosi tanto che il soprannome che Sergio aveva a Chieti tra quelli della sua generazione era ‘coccione'”, che a Chieti sta a significare ragazzo molto intelligente.

“Era il primo della classe già alla scuola elementare tanto che il maestro lo aveva nominato capoclasse”, racconta Luciano, un suo amico delle elementari. Ppoi dal 1962 al ’66 la famiglia Marchionne si trasferì in Viale Amendola al n.422, l’attuale Via Menozzi Guzzi 29, in un altro quartiere di Chieti. “Giocavamo insieme a pallone nel cortile sotto casa”, racconta Romano Frezzini, “e lui era il migliore amico di mio fratello Tonino Frezzini scomparso a 28 anni. Chiese di lui ad alcuni amici teatini quando tornò a Chieti anni fa e alla notizia della scomparsa prematura di mio fratello, Sergio rimase molto turbato. Era una ragazzo di 12 anni molto determinato: difficilmente passava il pallone quando lo aveva alla sua portata perché voleva realizzare lui il gol. Un leader lo riconosci anche da questo, e lui lo è sempre stato. Indossava sempre il maglione blu già da adolescente”, ricorda Frezzini, “socievole, vivace compagnone ma soprattutto generoso: metteva a disposizione di tutti la sua bicicletta e il suo pallone. I sessantenni di oggi se lo ricordano tutti con affetto e stima”.

A renderlo più umano gli amici ricordano che amava la trippa cucinata nella trattoria Remo il Rosso in Via Mater Domini. A poche ore dalla scomparsa dell’uomo che ha salvato la Fiat, Sergio Marchionne a Chieti, la sua città natale, ha lasciato solo ricordi indelebili e positivi in amici e conoscenti, non per quello che è diventato, che riempie di orgoglio concittadini e amici, il manager di successo, ma per la sua personalità e per il legame che ha sempre mantenuto con la numerosa parentela teatina che oggi non se la sente di parlare perché colpita dalla perdita dell’amato cugino. Ma c’è un altro aspetto che lo ha sempre reso oggetto di rispetto: Sergio Marchionne, al di la delle scelte manageriali, non ha mai rinnegato le sue origini semplici. Non è mai stato uno di quelli che, raggiunto il successo, dicono nella sua città di origine, si è montato la testa. Infatti dai racconti di quanti hanno preferito non rilasciare interviste, il ricordo nei confronti di Marchionne è di grande rispetto: Sergio quando poteva, e poteva raramente, amava passeggiare per le vie del centro di Chieti e non amava avere troppo vicino le guardie del corpo. Di recente era venuto a Chieti anche per partecipare al funerale di uno zio. Lui che non usava il pullover per finta modestia, ma perché, racconta chi lo ha conosciuto da sempre, “era la sua divisa fin da adolescente che lo rispecchiava: semplice e vero, leale e generoso”.

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