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Elezioni, il senatore Gaetano Quagliariello si racconta: mi sento cittadino onorario dell’Abruzzo

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Avezzano. Con la campagna elettorale agli sgoccioli, il sentore Gaetano Quagliariello, candidato in Abruzzo per il collegio L’Aquila-Teramo alle imminenti elezioni politiche del 4 marzo, ha presentato nella sala conferenze della residenza dei Marsi il suo libro “Sereno è – Scena e retroscena di una legislatura spericolata” in cui affronta vari temi che hanno interessato la vita politica degli ultimi anni tra cui Il pareggio elettorale, la nascita e la fine del governo Letta, l’ascesa di Matteo Renzi, il tracollo referendario, e così via. Prima di iniziare il suo intervento e affrontare anche le tematiche della campagna elettorale, abbiamo fatto una chiacchierata con il senatore Quagliariello.

Senatore Quagliariello, ad Avezzano ha presentato il libro “Sereno è – Scena e retroscena di una legislatura spericolata”. Se dovesse definire questi 5 anni di Governo con tre parole, quali userebbe?

“Un’occasione persa. Avevamo la possibilità di stringere un nuovo patto nazionale, di trovare la forza per uscire dalla crisi economica e di mettere a posto i conti. Tutto questo è stato vanificato da un atteggiamento, a mio avviso, eccessivamente prepotente della sinistra, in particolare di chi l’ha guidata”

Nel governo Letta è stato ministro per le riforme costituzionali. Anche quello era un governo tecnico, ma cosa c’era di diverso da quelli di Renzi e Gentiloni?

“No, quello non era un governo tecnico, quello era un governo di unità nazionale che si era formato dopo le elezioni e sulla base di un accordo delle principali forze politiche. Facciamo le riforme economiche e istituzionali in 18 mesi e poi torniamo a votare. Nessuno di centro destra si candidava a diventare di centro sinistra e viceversa. Ognuno rimaneva nella propria parte. I governi Renzi e Gentiloni sono stati un’altra cosa, sono stati governi politici e quelli che l’hanno appoggiato hanno fatto una scelta di campo, sono passati dall’altra parte”

Lei aveva una solida carriera universitaria. Perché non ha seguito le orme di suo padre e ha deciso di entrare in politica?

“Bè, ho fatto la carriera universitaria fino a diventare professore ordinario, poi direttore del dipartimento di studi storico-politici alla Luiss, quindi l’ho fatta tutta. Dopodiché, nella vita ci sono scelte che si derivano. Ho incontrato il presidente del Senato Pera che mi ha chiesto di dargli una mano; pensavo di dover fare un servizio al mio Paese e questa cosa mi ha portato in politica. Non l’avevo programmato, non l’ho scelto, ma l’ho derivato; per cui, a volte la vita ti dà delle occasioni e qualche volta bisogna avere la generosità di non dire no. La mia vita è diventata più complicata, più difficile. Se posso dire una cosa, i miei guadagni si sono contratti, però ho fatto qualcosa per il mio paese”

Nel 2003 ha fondato Magna Carta con l’intento di formare giovani senza soggezioni culturali. Quanto manca oggi la formazione in politica?

“Tantissimo. Magna Carta è arrivata al dodicesimo anno di scuola di formazione politica ed è una delle cose di cui sono più orgoglioso. Credo che se il suo esempio fosse seguito da altri, potremmo avere una generazione più preparata e d’altra parte la preparazione politica non serve solo a chi fa politica: serve a chiunque nella vita, perché in qualunque attività si svolge c’è una dimensione politica di quella attività che bisogna saper gestire”

Popolo della Libertà, poi Ncd e poi Idea. Ora si candida con il centrodestra. Cosa non ha funzionato nelle scissioni del centrodestra secondo lei?

“Ricostruiamo bene la genesi. C’era il Popolo delle Libertà che secondo me era una grande idea. Era quella di un partito unitario di centrodestra nel quale confluivano e si contaminavano tra di loro le principali culture del secolo scorso, sulla base di un presupposto: i problemi del ventunesimo secolo non sono quelli del ventesimo. Il Pdl a un certo punto ha chiuso e da lì alcuni hanno aderito a Forza Italia e altri hanno dato vita al Nuovo Centro Destra. La scelta è stata anche determinata da alcune cose contingenti, come l’idea che si potesse andare avanti nella legislatura oppure no. Io credo e non rinnego la scelta, perché in quel momento far finire la legislatura sarebbe stato un salto nel buio per tutto quanto il paese, oltre che per i centro destra, però quel partito aveva un nome chiaro: Nuovo Centro Destra. Qualcuno in quel partito l’ha fatto diventare costola del nuovo centrosinistra e in quel momento io personalmente, che non avevo mai abiurato i miei ideali e la mia formazione, sono uscito, ho lasciato tutti quanti gli incarichi e ho formato un movimento per l’unità del centrodestra. Era difficile immaginare allora che si potesse arrivare a questo, perché quello era il momento del renzismo trionfante e invece è quanto è accaduto. Forse, anche per questo, sono candidato del centrodestra”

Torna in Abruzzo per il secondo mandato. La sua ricetta per questa Regione che nonostante tutto cerca di andare avanti qual è?

“Guardi, bisogna rimboccarsi le maniche, non ‘avere ricette’. Io penso che noi abbiamo da rimettere in asse il baricentro di questa regione, non può essere spostato troppo a danno delle aree interne e poi dobbiamo fare alcune cose: completare la ricostruzione del terremoto del 2009, iniziare quella del 2016/2017, poi io credo che una cosa fondamentale sia una legge di valorizzazione della montagna che crei anche un rapporto con la costa, perché questo potrebbe essere un connubio che diventa un volano per lo sviluppo di questa terra”

Il suo amico Piccone lo sente ancora. C’era una proposta di cittadinanza onoraria, come andò a finier?

“L’ho sentito all’inizio di questa campagna elettorale. La cittadinanza onoraria mi fu proposta da Tagliacozzo e da Celano, però poi nessuno dei due iter si è completato. Quindi io mi sento cittadino onorario dell’Abruzzo”.

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