Pescara. Abdul e Ahmad, entrambi nomi di fantasia, sono ospiti della cooperativa Babel di Torino. Sono riusciti a lasciare l’Afghanistan grazie all’esercito italiano, ma le loro famiglie sono ancora bloccate all’aeroporto di Kabul.
La paura è che non riusciranno a partire prima del 31 agosto, quando gli americani lasceranno il paese.
“Siamo riusciti a partire in uno degli ultimi giorni ‘normali’ – spiega Abdul -: la città era ancora sotto il controllo del governo e tutto sembrava a posto. Siamo riusciti a decollare da Herat e dopo uno scalo per il rifornimento in Kuwait siamo atterrati a Fiumicino”.
Ma arrivare in Italia non è bastato: “La situazione in Afghanistan è grave, molto grave – aggiunge -. Molto di più di quanto vediamo sui media internazionali. Ho un fratello e due sorelle bloccate in Afghanistan. Anche loro erano in lista per riuscire a venire in Italia. Negli ultimi giorni, però, i loro nomi sono stati tolti dall’elenco, e francamente non so perché. Il fatto è che i loro nomi sono anche sull’elenco dei talebani, sanno che sono la mia famiglia. Tanto basta per loro per tagliarli la testa. Fortunatamente sono riusciti ad uscire da Herat due giorni fa. Sono arrivati a Kabul e ora
sono davanti all’aeroporto, insieme a migliaia di altre persone. Da quanto ci hanno riferito sono morte più di
venti persone, alcuni sotto il fuoco talebano, altre schiacciate nella calca, cercando di entrare nello scalo”.
“Nella nostra cooperativa ospitiamo 11 persone – spiega Rosanna Falsetta della cooperativa Babel – Tutti
interpreti della base militare di Herat. Sono stati i primi ad essere portati fuori dal paese, perché ‘schedati’ come
collaboratori delle forze internazionali e quindi bersaglio evidente per i talebani. Arrivare qui però non è la
risoluzione di ogni problema: i loro parenti stretti restano in Afghanistan e rischiano la vita. Ci arrivano
informazioni da alcuni militari che cercano di aiutarli, ma non è detto che ce la facciano. Resta la data del 31
agosto, quando tutto sarà ancora più difficile. Loro hanno già l’asilo politico qui in Italia. Tutto è stato fatto a
una velocità incredibile. Il problema è che la storia è stata più veloce di noi”. Ahmad intanto mostra il
telefonino, pubblicata su facebook c’è una foto di alcune bare, sicuramente più di dieci: “è il giorno in cui i
talebani hanno iniziato a sparare – spiega – e hanno ucciso 15 persone”. “Tutti noi interpreti abbiamo famiglie
rimaste bloccate in Afghanistan. Mi ha chiamato proprio ora mio fratello, dicendomi che la folla continua a
spostarsi verso l’aeroporto. Non è più nemmeno possibile stabilire quanti sono effettivamente. Ma non entra
nessuno: uno dei miei aveva anche una copia del mio badge di quando lavoravo per l’Esercito Italiano, ma
nessuno guarda nulla. Semplicemente non si entra. Cosa succederà il giorno che gli americani andranno via
definitivamente?”.



