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A Chieti in otto anni perse 67 aziende, i dati dell’osservatorio demografia di Confcommercio

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Chieti. La città di Chieti ha perso, nel periodo tra 2012 e 2020, 67 fra imprese nel centro storico e aziende ubicate nelle altre zone del colle e dello Scalo. E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio sulla demografia delle imprese istituito da Confcommercio a livello nazionale: in Italia nello stesso periodo sono sparite, complessivamente, oltre 77 mila attività di commercio al dettaglio e quasi 14 mila imprese di commercio ambulante. A Chieti, uno dei 120 capoluoghi sotto la lente dell’Osservatorio, le cose non sono andate meglio.

Undici le categorie merceologiche osservate: alimentari non specializzati, alimentari specializzati, rivendite tabacchi, farmacie, carburanti, computer e telefonia, libri e giocattoli, vestiario e calzature, mobili e ferramenta, commercio ambulante, altro commercio, alberghi ed attività di ristorazione. Il centro storico ha perso 36 imprese, 31 sono le aziende che hanno abbassato le serrande al di fuori del centro città. Negli ultimi due anni sono state 11 le imprese che hanno chiuso i battenti in centro e 20 nel resto del capoluogo.

In controtendenza, nel raffronto con lo stesso periodo, le categorie alberghi, bar e ristoranti: 4 nuove imprese in centro storico e 19 altrove. Nel 2020, a Chieti si è registrato un tasso di cancellazione relativamente basso che farebbe pensare che la città abbia retto l’urto della crisi, ma in realtà si è assistito a una sorta di congelamento delle aziende: blocco dei licenziamenti, ricorso alla Cassa integrazione e promesse di ricevere ristori da parte del Governo. In realtà molte imprese, seppur ancora iscritte ai registri, sono già chiuse e non operano e non opereranno più con questo riflesso negativo che si materializzerà soltanto a fine 2021.

“Se ieri il quadro era caratterizzato da meno commercio e più turismo, domani probabilmente”, avverte Marisa Tiberio, presidente provinciale Confcommercio Chieti, “sarà meno commercio e meno turismo con inediti problemi di equilibrio nella vita sociale nelle città, in particolare nei Centri Storici. Il nostro problema è che a causa dell’ibernazione dell’economia non siamo in grado di valutare immediatamente la riduzione ulteriore di tessuto commerciale che ci aspetta, specie nelle città a maggiore vocazione turistica. La ripresa del settore dipenderà sia dal livello dei ristori sia dalla capacità delle aziende di intraprendere iniziative di cambiamento, come la garanzia di sicurezza, l’asporto, il canale virtuale e un delivery efficace ed efficiente. Per fermare la desertificazione commerciale delle città bisogna agire su due fronti: sostenere le imprese più colpite dai lockdown e introdurre una web tax che risponda al principio ‘stesso mercato, stesse regole’. Inoltre, mettere in campo un urgente piano di rigenerazione urbana che faciliti la digitalizzazione delle imprese e sia capace di rilanciare i valori identitari delle nostre città”.

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