Pescara. L’arrivo dell’ambasciatore statunitense in Italia, Tilman Fertitta, accolto a Pescara tra strette di mano, sorrisi istituzionali e foto di rito durante la tappa del suo tour diplomatico a bordo del megayacht Boardwalk, diventa il bersaglio politico di Luciano D’Alfonso.
Per l’ex presidente della Regione, dietro l’entusiasmo dell’amministrazione si nasconde una città “messa in vetrina”, mentre restano irrisolte le criticità del porto, costretto ancora una volta a lasciare l’imbarcazione dell’ambasciatore all’ancora al largo per i fondali insufficienti.
L’ambasciatore Fertitta, che nei giorni scorsi ha fatto tappa a Pescara nell’ambito del “Freedom 250 Coastal Diplomacy Tour”, ha scatenato la dura critica dell’onorevole D’Alfonso. Nel mirino finiscono l’entusiasmo mostrato dagli amministratori locali e quella che definisce una rappresentazione patinata della città, “fatta vedere solo per ciò che si può far vedere”, mentre il porto continua a fare i conti con l’insabbiamento e il nuovo scalo turistico resta un’opera incompiuta.
“La stagione turistica di Pescara, semmai fosse cominciata, potrebbe chiudersi oggi, con l’esaltazione amministrativa per l’ambasciatore degli Stati Uniti che ha bagnato i suoi piedi nelle acque blu della città adriatica, sotto l’occhio compiaciuto di chi governa il territorio”. Ha dichiarato D’Alfonso.
“E già rimbalzano sui cosiddetti social media le immagini degli amministratori che sicuramente, immagino, avranno chiesto le foto classicheggianti della consuetudine da usare nella prossima campagna elettorale segnate da concavità sorridenti.
Rientra nel copione: le pacche sulle spalle, le battute inglesizzanti, le strette di mano dovute, la visita delimitata e perimetrata, alla discesa dal lussureggiante yacht, per far vedere ciò che ‘si può far vedere’, una città che imita Miami, che si sente Dubai, che si atteggia a grande metropoli, ma che a un occhio attento avrebbe potuto ricordare all’ospite americano la città di Gary nello stato dell’Indiana, famosa solo per aver dato i natali a Michael Jackson e oggi simbolo del declino territoriale statunitense.
Forse tra un autografo e un sorriso, la corte di compagnia dell’ambasciatore Fertitta gli avrebbe potuto spiegare che il suo yacht ha dovuto gettare l’àncora al largo per un porto pescarese costantemente insabbiato e un cantiere di realizzazione del nuovo scalo, turistico-passeggeri, in alto mare. Probabilmente tra uno spritz e una stretta di mano simpatizzante, si sarebbero potuti toccare temi di serietà istituzionale, ma in quel caso le fotografie sarebbero venute meno gaudenti e utili alla promozione della propria immagine”.