Novembre 2025: l’Abruzzo ottiene la sua terza DOCG. Il comunicato è sobrio, istituzionale, tecnico. Che dietro ci fosse qualcosa di concreto lo ha confermato il Vinitaly, dove una degustazione (condotta da Franco Santini, insieme all’enologo Angelo Molisani) intitolata “Casauria DOCG: finalmente. I grandi rossi c’erano già, ora hanno anche un nome” ha messo in fila dodici bottiglie a partire dal 2003 — un’escursione nel tempo affascinante, che ha dimostrato la longevità e profondità dei rossi di quella terra. Casauria, una manciata di colline nella provincia di Pescara strette tra Gran Sasso e Maiella, produce vini rossi che invecchiano alla grande per vent’anni e più. Un fatto che, per chi conosce il Montepulciano d’Abruzzo, vitigno longevo come pochi, non è una sorpresa, ma che qui si esalta in alcune delle massime espressioni della tipologia.
Per capire perché, bisogna partire da un dettaglio geografico che ha tutta la rilevanza possibile: le Gole di Popoli. È uno stretto passaggio naturale tra le montagne, un corridoio dove le correnti d’aria che scendono dai ghiacciai del Gran Sasso e della Maiella si infilano tra le colline e non mollano la presa nemmeno d’agosto. Il risultato è un’escursione termica — cioè la differenza di temperatura tra giorno e notte — che nelle settimane di maturazione può toccare i quindici, venti gradi. Di giorno il sole accumula zuccheri e profumi nella buccia dell’uva. Di notte il freddo blocca la perdita degli acidi, fissa gli antociani — i pigmenti che danno colore e struttura — e rallenta tutto. La vite lavora lentamente, e la lentezza, nel vino come in molte altre cose, produce complessità.
Il sottosuolo fa il resto. A Casauria non esiste un solo tipo di terreno, ma quattro che si sovrappongono e alternano sui versanti: sabbioso-argilloso, ricco di scheletro calcareo, calcareo-argilloso e marnoso-arenaceo. Per la vite è un «gara a ostacoli olimpica»: le radici devono scendere in profondità per trovare acqua e nutrienti, attraversando strati con composizioni diverse. Il vantaggio è che ogni strato cede qualcosa di diverso al vino — mineralità dal calcare, freschezza dalle marne, struttura tannica dalle argille. Un vino fatto su un solo tipo di suolo ha una voce sola. Questi ne hanno quattro, e il tempo le armonizza.
La Casa Aurea e i monaci contabili
Il nome Casauria deriverebbe da «Casa Aurea»: casa d’oro, in sostanza. Un po’ enfatico, forse, ma non del tutto infondato. La storia del vino qui è documentata fin dall’871 d.C., quando l’imperatore Ludovico II — pronipote di Carlo Magno — fondò l’Abbazia di San Clemente a Casauria. I monaci benedettini applicarono il principio dell’ora et labora con una pianificazione quasi manageriale: coltivavano, selezionavano i vitigni migliori, perfezionavano le tecniche di vinificazione e tenevano i conti. Il Chronicon Casauriense, redatto tra il IX e il XII secolo, registra tutto — i vigneti, le rese, le donazioni di vino ai papi e ai nobili del tempo. Non era vino da pasto o da messa: era merce diplomatica.
Ma c’è un dettaglio ancora più antico, e più bizzarro. Dopo la battaglia di Canne del 216 a.C., Annibale avrebbe fatto tappa in quest’area e utilizzato i vini locali non solo come bevanda, ma come medicina per i soldati e per rinvigorire i cavalli. L’aneddoto, per quanto difficile da verificare, dice qualcosa di vero sulla struttura di questi vini: densa, concentrata, robusta. Una cosa è certa, confermata dalle vasche scavate nella roccia affiorante a Pietranico — i cosiddetti palmenti, risalenti all’Alto Medioevo — che qui si vinificava direttamente in campo, stabilmente, da moltissimo tempo.
Il Montepulciano che aspetta
Il vitigno di riferimento è il Montepulciano, in purezza o quasi (il disciplinare ammette fino al 10% di altre uve). È un biotipo particolare quello Casauriense: test analitici e degustativi ci raccontano di parametri di struttura e complessità superiori alla media degli altri cloni. Ma è sull’indicatore qualitativo di gradevolezza che il Casauriense va fuori scala rispetto al resto, a dimostrazione che tutta questa forza e struttura possono sfociare in prodotti armonici e non pesanti. Sicuramente incide il fatto che a Casauria la vendemmia avviene spesso alla fine di ottobre o all’inizio di novembre: tardissimo, per gli standard più diffusi. Quella lunga permanenza sulla pianta serve a completare la maturazione fenolica — cioè quella delle bucce e dei vinaccioli, non solo degli zuccheri. Bucce e semi maturi significano tannini che non graffiano, che non lasciano quella sensazione astringente e amara, che molti associano ai rossi strutturati. Qui i tannini sono fitti ma setosi, come una trama tessile ben tramata che non pizzica.
Al naso e al palato è inutile fare l’inventario degli aromi: conta ciò che si prova, non la lista della spesa. Il giovane Casauria è esuberante, scuro, caldo, con una spinta fruttata che non nasconde la struttura solida sotto. Invecchiando cambia pelle: il frutto si asciuga, emergono spezie, grafite, tabacco, qualcosa di balsamico che ricorda il sottobosco di fine estate. Tratto distintivo è una certa salinità, che si ritrova spesso nelle migliori espressioni. Andando un po’ nel tecnico, si scopre che sono minimo 18 mesi di invecchiamento per la versione base, 24 per la Riserva, con estratti secchi che nelle migliori bottiglie superano i 28 grammi per litro — una misura tecnica per dire che c’è molta sostanza e poco acqua in quel bicchiere.
Una DOCG come punto di partenza
I produttori più attenti hanno già cambiato rotta da qualche anno: rese ridotte, vinificazioni per singola vigna, abbandono progressivo della barrique a favore di botti grandi e cemento, per non coprire con il legno ciò che il territorio ha già da dire. Il rischio opposto — quello di costruirsi intorno un linguaggio da circolo chiuso, con i vini trasformati in oggetti da collezione e non da bere — esiste, e sarebbe un peccato. Perché il bello di Casauria è che non ha bisogno di essere spiegata. Va stappata, senza per forza cose troppo impegnative, anche con qualcosa di semplice davanti: un arrosto, del pecorino stagionato, una serata senza fretta. La DOCG è arrivata a confermare ciò che chi conosce queste colline sapeva già. Adesso tocca al resto del mondo scoprirlo. Con la speranza che anche i produttori facciano al meglio la loro parte…
I vini in degustazione
- Podere Castorani – Montepulciano d’Abruzzo 2003
- Duchi di Castelluccio – Montepulciano d’Abruzzo Casauria Riserva “Podere Crosta” 2007
- Guardiani Farchione – Montepulciano d’Abruzzo “Tenuta del Ceppete 74” 2010
- Tocco – Montepulciano d’Abruzzo “Enisio” Casauria Riserva 2015
- Pasetti – Montepulciano d’Abruzzo Casauria “Harimann” 2017
- Nic Tartaglia – Montepulciano d’Abruzzo “Io” 2017
- Terzini – Montepulciano d’Abruzzo Casauria “Vigna Vetum” 2018
- Rosarubra – Montepulciano d’Abruzzo Riserva “Vigna Lomanegra” 2019
- Zaccagnini – Montepulciano d’Abruzzo Casauria Riserva “San Clemente” 2019
- Chiusa Grande – Montepulciano d’Abruzzo Casauria “DNA” 2020
- Pettinella – Montepulciano d’Abruzzo Casauria 2023
- Ettore Galasso – Montepulciano d’Abruzzo Casauria Riserva “Pantheon” 2023



