L’Aquila. In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, 22 marzo, istituita con la risoluzione
A/RES/47/193, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama
l’attenzione su una verità tanto evidente quanto spesso trascurata: la crisi idrica globale non è
neutrale, ma riflette e amplifica le disuguaglianze esistenti, colpendo in modo sproporzionato donne
e ragazze.
A livello globale, i dati sono inequivocabili: oltre 2,2 miliardi di persone non hanno accesso ad
acqua potabile sicura e 3,5 miliardi vivono senza servizi igienico-sanitari adeguati. In questo
scenario, le donne sostengono il carico maggiore: nelle aree prive di servizi idrici, sono responsabili
della raccolta dell’acqua in oltre il 70% dei casi e, complessivamente, dedicano a questa attività
circa 250 milioni di ore ogni giorno. La crisi idrica si configura così non solo come emergenza
ambientale, ma come una delle più pervasive forme di disuguaglianza strutturale contemporanea.
Se lo sguardo si sposta sull’Italia, il quadro appare meno drammatico sul piano dell’accesso, ma
tutt’altro che esente da criticità sistemiche. Il nostro Paese garantisce servizi idrici e igienico-
sanitari sicuri a circa il 96% della popolazione, ma questo dato non deve indurre a sottovalutare le
fragilità della rete e le disuguaglianze territoriali. In Italia, infatti, oltre il 40% dell’acqua immessa
nelle reti viene disperso a causa di infrastrutture obsolete, con punte che in alcune aree del
Mezzogiorno superano il 50–60% . Si tratta di una delle percentuali più alte in Europa, che
evidenzia un paradosso: la disponibilità della risorsa non coincide con la sua effettiva accessibilità.
Queste criticità si traducono in esperienze concrete di disuguaglianza.
Secondo dati nazionali, milioni di cittadini sperimentano ogni anno interruzioni o irregolarità nell’erogazione dell’acqua, con una maggiore incidenza nelle regioni meridionali. In tali contesti, il peso organizzativo e
gestionale dell’acqua ricade ancora prevalentemente sulle donne, riproducendo, anche in un Paese
avanzato, schemi di divisione del lavoro che incidono sul tempo, sulle opportunità e sulla qualità
della vita.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento spesso invisibile: la dimensione della governance. Studi
recenti evidenziano come, anche in Italia, persistano barriere culturali e istituzionali che limitano la
partecipazione femminile nei processi decisionali legati alla gestione delle risorse idriche,
soprattutto nei ruoli tecnici e di leadership.
La mancanza di dati sistematici disaggregati per genere in questo settore rappresenta essa stessa un indicatore di criticità, poiché rende difficile misurare e quindi affrontare le disuguaglianze esistenti.
Il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua 2026, “Dove scorre l’acqua, cresce l’uguaglianza”,
assume dunque un significato particolarmente attuale anche nel contesto italiano. L’acqua può
diventare una leva straordinaria di giustizia sociale, ma solo a condizione che le politiche pubbliche
adottino un approccio realmente inclusivo e basato sui diritti umani.
Ciò implica riconoscere pienamente il ruolo delle donne non solo come utilizzatrici e custodi della risorsa, ma come
protagoniste nei processi decisionali, nella progettazione delle infrastrutture e nella definizione delle
strategie di adattamento ai cambiamenti climatici.
Di fronte a sfide crescenti – dalla riduzione delle risorse idriche legata alla crisi climatica alla
fragilità delle infrastrutture, fino alle persistenti disuguaglianze sociali – diventa urgente
promuovere una visione dell’acqua come bene comune, da gestire in modo equo e sostenibile. In
questo percorso, il coinvolgimento attivo di tutta la società è imprescindibile: istituzioni, comunità
educanti, mondo produttivo e cittadinanza devono contribuire a costruire una cultura dell’acqua
fondata sulla responsabilità condivisa.
Il Coordinamento Nazionale Docenti dei Diritti Umani e il Professor Romano Pesavento – Presidente Nazionale -ribadisce il ruolo centrale dell’educazione nel promuovere questa trasformazione. Le scuole possono e devono diventare laboratori di consapevolezza, in cui si intrecciano diritti umani, sostenibilità ambientale e parità di genere,
formando cittadini capaci di leggere la complessità del presente e di agire per un futuro più equo.
Garantire l’accesso all’acqua, anche in un contesto come quello italiano, significa oggi non solo
migliorare infrastrutture e servizi, ma affrontare le radici profonde delle disuguaglianze. Solo
riconoscendo e valorizzando il contributo delle donne sarà possibile trasformare la gestione
dell’acqua in uno strumento concreto di democrazia sostanziale, sviluppo sostenibile e giustizia
sociale.



