L’Aquila. Il “cuore” della reliquia di Giovanni Paolo II, almeno ufficialmente, non e’ stato ancora trovato. Ma per il procuratore capo, Fausto Cardella, si e’ “fatta piena luce sui fatti”. “La riuscita dell’operazione – afferma – e’ la conferma della sintonia che c’e’ all’Aquila tra la magistratura e i servizi di polizia giudiziaria, e devo complimentarmi con il sostituto procuratore David Mancini per l’ottimo lavoro di coordinamento delle indagini” portate avanti dalla polizia di Stato e dai carabinieri. Il procuratore si e’ complimentato con il questore Vittorio Rizzi “per il brillante esito dell’attivita’ info-investigativa che ha portato in tarda mattinata a ritrovare il crocefisso e la teca che conteneva la reliquia di Papa Giovanni Paolo II, custoditi presso il santuario di San Pietro della Ienca. Un cosi’ significativo risultato – ha aggiunto il magistrato – si deve all’ottimo lavoro degli investigatori della squadra mobile aquilana, e al coordinamento informativo tra gli organi investigativi impegnati nelle indagini”. Intanto, mentre uno dei tre indagati e’ stato rilasciato e gli altri due rimangono in stato di fermo, la polizia ha convocato per domani alle 11, in questura, una conferenza stampa per illustrare lo sviluppo delle indagini sul furto della reliquia.
I ladri che hanno trafugato la reliquia di papa Giovanni Paolo II la scorsa settimana dal santuario di San Pietro della Ienca, a lui dedicato, pensavano si trattasse di un oggetto di valore che avrebbero potuto rivendere. Sono stati gli stessi autori del furto, rei confessi, a raccontare come sono andate le cose nel corso degli interrogatori di oggi. I tre, S.S, A.A, e D.C, tra i 21 e i 30 anni, tossicodipendenti, sono stati denunciati a piede libero con l’accusa di concorso in furto aggravato. Dopo un paio di sopralluoghi decidono di compiere il furto, di notte. Cercano oro, o comunque, oggetti preziosi. Per entrare nella chiesetta alle falde del Gran Sasso, tra Camarda ed Assergi, segano le sbarre di una finestra. Una volta dentro si accorgono che non c’e’ nulla, se non quella reliquia che ritenevano essere preziosa e sulla quale avrebbero potuto lucrare. Successivamente si recano nel parcheggio di un’abitazione antisimica del progetto ‘Case’ nella frazione di Tempera, dove risiede uno degli indagati, e qui cominciano a fare a pezzi la reliquia. E’ a questo punto che si accorgono che non era roba di valore e gettano tutto nei dintorni. Solo dopo aver appreso dagli organi di informazione l’importanza spirituale di quella reliquia e temendo che prima o poi gli investigatori sarebbero potuti risalire a loro, ritornano nel garage e rimettono insieme la teca, l’ampolla e il crocefisso. Uno, invece, si terra’ un angioletto posto sopra la custodia. Oggetto ritrovato e sequestrato nell’abitazione di uno dei tre che vive a Tempera. Ma il pezzettino di stoffa intriso del sangue di papa Wojtyla non lo ritrovano. Tutto il materiale verra’ poi gettato dietro un cespuglio nei pressi del Sert dell’ex ospedale psichiatrico di Santa Maria di Collemaggio, dove la polizia ha poi fatto il rinvenimento. Gli investigatori sarebbero arrivati alla loro identita’ controllando i tabulati telefonici di chiamate fatte tra la fine della scorsa settimana e gli inizi dell’attuale da persone conosciute alle forze dell’ordine. La polizia, alla fine, ha indirizzato i sospetti su uno di loro che, messo alle strette, ha poi confessato. A questo punto pensare di ritrovare quel minuscolo pezzettino di tessuto sara’ impresa ardua, se non impossibile. Neve e vento che in quei giorni hanno spazzato il capoluogo lo avranno trascinato chissa’ dove.