“Il Dpcm del 4 marzo ha disposto la chiusura delle università su tutto il territorio nazionale. Dapprima prevista fino al 18 marzo, la chiusura si è protratta senza soluzione di continuità fino ad oggi. Si riapre la mobilità fra Regioni, sono state assunte misure per la progressiva riapertura di fabbriche, uffici, esercizi commerciali, enti pubblici, e anche dei luoghi di ritrovo e di socializzazione, ma nessuna misura relativa alla riapertura delle università. Si sono studiati (fortunatamente) protocolli per far svolgere in sicurezza gli esami di maturità in presenza, ma non gli esami universitari delle sessioni estive”. È quanto fanno notare oltre 800 tra docenti e ricercatori delle università italiane in una lettera inviata al ministro dell’università Gaetano Manfredi.
“Temiamo” scrivono docenti e ricercatori “che quando si dice che “conviene” proseguire l’insegnamento in modo prevalentemente telematico fino a gennaio 2021, si pensi che l’istruzione superiore italiana conti meno delle vacanze in spiaggia, dell’aperitivo al bar, del giro al centro commerciale. Temiamo che dietro questo atteggiamento ci sia piuttosto una concezione della funzione dell’istruzione superiore che riteniamo inaccettabile. Crediamo sia sbagliato ritenere che la presenza fisica degli studenti nelle università sia tranquillamente sostituibile con i corsi telematici e la didattica a distanza. In questo senso guardiamo con preoccupazione anche alle diverse soluzioni “blended” su cui insiste in tutte le occasioni pubbliche il ministro dell’università Gaetano Manfredi”.
Per questi docenti, “ripiegare sulla didattica a distanza (per una parte consistente degli studenti) per altri sei mesi” è “una sconfitta che implica la rinuncia alla ragion d’essere dell’università e apre la strada alla messa in discussione delle università”.


