L’Aquila. Siamo alla vigilia del 6 aprile e come ogni anno torneremo a nominare i nostri morti, a raccoglierci nei gesti lenti del ricordo.
Inizia così la nota alla stampa di CaseMatte L’Aquila e FuoriGenere L’Aquila, che continua:
Per entrare nel tempo del lutto in un modo che non sia solamente consolatorio, per dare voce ad un dolore che si rinnova ad ogni “disastro annunciato”, sentiamo il bisogno di ribadire che la memoria può e deve essere anche una base solida su cui poggia la promessa del “mai più”.
Fatichiamo davvero ad accettare che la memoria venga riscritta nei tribunali, dove la tragedia collettiva del 6 aprile è stata riportata sul piano delle colpe individuali, pur di assolvere lo Stato dalle sue responsabilità nella mancata prevenzione. Proprio in questi giorni, la Cassazione ha cancellato quella sentenza assurda che attribuiva alle vittime del terremoto una “condotta incauta”, quando ci veniva detto che la condotta cauta sarebbe stata quella di stare a casa e bere un buon bicchiere di Montepulciano. Un passaggio importante, certo, ma che non basta a cancellare anni di responsabilità negate nella gestione disastrosa dell’emergenza e del post-sisma, un “modello” che oggi viene persino celebrato, con ipocrisia da chi evidentemente ha la memoria corta.
In questo senso vedere l’Italia intera continuare a crollare sotto il peso dell’acqua, del fango, delle frane, delle scosse rinnova in noi una ferita sempre aperta. A sedici anni dal terremoto vediamo ancora un Paese fatto di piani di sicurezza che non esistono, di responsabilità che non vengono assunte.
“Eppure siamo all’interno di una società che di sicurezza si riempie la bocca e per cui la sicurezza penale e repressiva è diventata un’ossessione alimentata da continui decreti e disegni di legge, come l’attuale DDL 1660, che cercano di bloccare ogni spinta trasformativa dal basso e di emarginare tutte le persone che, di fatto, non sono ruote silenti dell’oliato ingranaggio economico-politico.
La terra trema nei Campi Flegrei. E di nuovo ci sono solo confusione, disorientamento, solitudine. Una crisi bradisismica che prosegue da anni, eppure non ci sono piani di evacuazione aggiornati, né aree di accoglienza, né una comunicazione chiara alla popolazione. Non di certo quella di Ciciliano, dirigente della Protezione Civile, che ha brutalmente dichiarato: «Con una scossa di quinto grado cadono i palazzi e conto i morti. Funziona così». Ormai siamo all’assurdo, in un Paese che ha abbracciato l’inevitabilità della catastrofe come se fosse una condizione naturale, pur di non prendersi la responsabilità di mettere in campo reali piani di prevenzione.
In Toscana, poche settimane fa, l’acqua ha travolto paesi interi, allagando case, scuole, fabbriche.
E anche lì, come già in Emilia-Romagna e in Liguria, la risposta è stata frammentata, tardiva, disordinata.
Ogni volta è una sorpresa. Ogni volta si fa finta di non sapere che l’unica strada percorribile è quella della prevenzione e della messa in sicurezza dei territori.
All’Aquila, ancora oggi, a sedici anni dal terremoto, sono 3.587 gli studenti che fanno lezione nei MUSP. Sono state consegnate solo tre nuove scuole e molti edifici esistenti non sono stati ancora adeguati sismicamente. Alcune scuole riaperte dopo il sisma risultano ancora oggi con indici di vulnerabilità sismica preoccupanti.
Mentre ogni volta ci ripetono che “non ci sono i fondi” per gli adeguamenti antisismici, per la cura del territorio, per la sanità pubblica che è al collasso – e di cui pagheremo di tasca nostra l’enorme voragine di bilancio – vengono spesi 800 miliardi per un riarmo europeo raccontato come deterrente per scongiurare nuove guerre. Ma la Storia ci insegna che ad ogni riarmo segue una guerra, che sarà tanto più devastante per la società civile quanti più profitti immetterà nelle casse delle industrie di armi, come la tanto celebrata Leonardo SpA, già complice di Israele nel genocidio in Palestina.
Dalle zone montane fino ai margini costieri, l’intero territorio vive in una condizione permanente di vulnerabilità. Nonostante ciò, la SNAM ha intrapreso la costruzione di un gigantesco gasdotto che attraverserà cinque faglie sismiche al fine di riempire la dorsale appenninica del gas della partner ENI. Chiediamoci a chi giovano le cosiddette “grandi opere”, come l’Hub del gas, come la TAV o il Ponte sullo Stretto. Indubbiamente non alle popolazioni che quei territori li vivono, sicuramente non alle classi meno abbienti che si vedranno tagliare ulteriormente le spese sociali per finanziare queste grandi opere, utili solamente ad ingrandire i profitti di poche multinazionali e di chi specula sulle emergenze che potrebbero verificarsi in seguito ad eventuali incidenti. La centrale di compressione del gas è ora in costruzione a Sulmona. Possiamo ancora fermarli.
Sicurezza e prevenzione, riarmo e repressione, grandi opere e catastrofi. Tante direzioni in un unico percorso collettivo: la pretesa di riprenderci cura dei territori, a partire dalle persone e dalle comunità che li vivono. Decidiamo il nostro futuro insieme.