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Operazione metamorfosi, Sinistra Italiana: presenza dello stato fondamentale per prevenire la criminalità

Alessandra Ciciotti di Alessandra Ciciotti
6 Novembre 2026
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Sulmona. “L’operazione antimafia Metamorfosi, condotta a Sulmona e in Valle Peligna, impone una riflessione che va oltre la cronaca giudiziaria e chiama direttamente in causa il ruolo dello Stato, la tenuta delle istituzioni e le politiche di prevenzione della criminalità organizzata”. Lo hanno dichiarato Fabrizio Giustizieri – Segretario Federazione Provinciale Sinistra Italiana – AVS L’Aquila, Gino Ciampa – portavoce Sinistra Italiana – AVS Sulmona e Guido Del Boccio – portavoce Sinistra Italiana – AVS Raiano.

“Il primo punto da cui partire è la difesa del Tribunale di Sulmona. Un ufficio giudiziario non rappresenta soltanto un servizio per i cittadini, costituisce un presidio fondamentale di legalità, soprattutto in un territorio caratterizzato da particolari fragilità economiche e sociali. Continuare a ipotizzarne la soppressione, in nome di una presunta razionalizzazione della spesa pubblica, significa non comprendere le esigenze di questa comunità.
Sulmona ospita, inoltre, uno degli istituti penitenziari più complessi del Paese, con circa 650 detenuti e una significativa presenza di esponenti della criminalità organizzata. Una realtà che richiederebbe risorse straordinarie e che, invece, deve fare i conti con gravi carenze di personale, dalla Polizia penitenziaria alle figure educative e di supporto psicologico e sociale.
A queste criticità si aggiungono quelle degli organici delle forze dell’ordine sul territorio, già denunciate dalle organizzazioni sindacali. Non è possibile concentrare in un’area così circoscritta una realtà penitenziaria di tale complessità senza garantire un corrispondente rafforzamento dei presidi di sicurezza, giustizia e prevenzione.
L’operazione Metamorfosi pone anche una questione delicata: secondo le ipotesi investigative, uno dei presunti protagonisti dell’organizzazione criminale sarebbe un soggetto già condannato per associazione mafiosa, stabilitosi a Sulmona dopo aver scontato la propria pena. Ferma restando la presunzione di innocenza, questa circostanza richiama la necessità di garantire percorsi effettivi di reinserimento sociale e un’attenta attività di prevenzione, evitando che possano ricostituirsi reti e relazioni criminali.
La Valle Peligna è un territorio segnato da impoverimento economico, spopolamento e progressivo indebolimento dei servizi pubblici. Condizioni che possono favorire l’insediamento di organizzazioni criminali, capaci di sfruttare le fragilità sociali ed economiche e di inserirsi dove le istituzioni arretrano.
Esiste una contraddizione profonda nelle politiche di chi continua a fare della sicurezza una bandiera propagandistica e contemporaneamente non garantisce risorse adeguate alla giustizia, alle forze dell’ordine, al sistema penitenziario e ai servizi territoriali. La criminalità organizzata non si combatte soltanto aumentando le pene o intervenendo quando le organizzazioni sono ormai strutturate. Si combatte attraverso la prevenzione, il lavoro, la coesione sociale e la presenza quotidiana dello Stato.
Chiediamo al Governo e al Parlamento di assumersi la responsabilità di garantire, attraverso un intervento legislativo definitivo, la salvaguardia del Tribunale e della Procura della Repubblica di Sulmona, superando la logica delle continue proroghe; chiediamo, inoltre, al Governo di assicurare il rafforzamento degli organici delle forze dell’ordine, adeguati investimenti nel sistema penitenziario e politiche concrete di sviluppo economico e sociale per la Valle Peligna.
Non possiamo accorgerci delle mafie soltanto quando arrivano gli arresti, né possiamo continuare a indebolire proprio quei presidi istituzionali che dovrebbero impedirne il radicamento.
La lotta alla criminalità organizzata, tuttavia, non può essere delegata esclusivamente alla magistratura e alle forze dell’ordine. Esiste una responsabilità più ampia, che riguarda la politica, le istituzioni e l’intera società.
La legalità si costruisce prima di tutto nelle scuole, attraverso l’educazione al rispetto delle regole, dei diritti e delle persone. Si costruisce insegnando il valore e il coraggio di saper dire di no quando qualcuno pretende di aggirare le regole, di ottenere privilegi indebiti o di affermare i propri interessi calpestando i diritti degli altri.
Si costruisce garantendo la trasparenza della pubblica amministrazione, impedendo le commistioni tra politica e affari, rifiutando ogni forma di clientelismo e contrastando quella concezione del consenso che trasforma i diritti in favori e le istituzioni in strumenti di gestione del potere.
Si costruisce, soprattutto, attraverso l’esempio di chi esercita una funzione pubblica, che ha il dovere di mantenere comportamenti improntati alla correttezza, all’imparzialità e al rispetto delle regole, nella consapevolezza che la credibilità delle istituzioni dipende anche dalla condotta di chi le rappresenta.
Perché esiste un terreno culturale sul quale l’illegalità può trovare spazio molto prima che si manifestino fenomeni di criminalità organizzata. È quello nel quale si finisce per considerare normale la raccomandazione, tollerabile il privilegio, inevitabile il favore personale e legittimo utilizzare una posizione di potere per ottenere ciò che non spetta.
È proprio sottraendo legittimità a questi comportamenti, costruendo una cultura diffusa della responsabilità e rendendo le istituzioni credibili attraverso l’esempio, che si comincia a togliere terreno sotto i piedi a chi vive di malaffare, di sopraffazione e di criminalità.
La lotta alle mafie comincia molto prima delle indagini e degli arresti. Comincia dalla qualità della nostra democrazia, dalla trasparenza delle istituzioni e dalla capacità di una comunità di riconoscere e rifiutare ogni forma di illegalità, anche quando appare piccola, conveniente o socialmente accettata.
Perché non può esistere una lotta credibile alla criminalità organizzata senza una cultura della legalità praticata quotidianamente, a partire da chi ha maggiori responsabilità pubbliche”.
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