Pescara. Il messaggio è scritto sugli striscioni, scandito dai megafoni e portato in strada da lavoratori, studenti, docenti e famiglie: «Abbassate le armi, alzate i salari». È il grido che attraversa Pescara e accompagna la mobilitazione promossa dall’Unione sindacale di base (Usb), con l’Abruzzo che si unisce alla protesta nazionale contro il caro vita, il riarmo e la perdita di potere d’acquisto. Una giornata di sciopero e manifestazioni per chiedere stipendi adeguati, prezzi sostenibili e maggiori investimenti nei servizi pubblici. Una risposta alle difficoltà quotidiane di chi, tra bollette, affitti, carburanti e spesa alimentare, fatica sempre di più ad arrivare a fine mese.
La mobilitazione parte da piazza Italia, davanti al Comune. La prima tappa è davanti alla Prefettura, dove viene consegnata al prefetto Luigi Carnevale una lettera per chiedere la convocazione del comitato di controllo sui prezzi. Poi il corteo attraversa il centro cittadino: un cordone umano lungo circa 2,5 chilometri percorre corso Vittorio Emanuele, raggiunge la sede del Consiglio regionale in piazza Unione e prosegue lungo viale Marconi fino al parco dell’ex caserma Di Cocco. L’Usb prevede l’arrivo di almeno mille manifestanti da ogni parte della regione. Una partecipazione che vuole trasformare il malcontento sociale in una richiesta precisa alle istituzioni.
La rabbia di chi non arriva a fine mese
Al centro della protesta c’è il potere d’acquisto sempre più eroso dall’aumento del costo della vita. Il sindacato chiede aumenti salariali, rinnovi contrattuali capaci di recuperare quanto perso negli anni e persino il ripristino della scala mobile, il meccanismo che adeguava automaticamente gli stipendi all’inflazione. Una proposta che guarda al passato per rispondere a un problema quanto mai attuale: se i prezzi salgono, anche salari e pensioni devono crescere.
La piattaforma rivendicativa comprende inoltre la riduzione dei prezzi dei beni essenziali, delle bollette e degli affitti, oltre a un taglio dell’Iva sui prodotti di prima necessità. Nel mirino finiscono anche gli extraprofitti, che l’Usb chiede di tassare immediatamente per evitare che il peso della crisi continui a ricadere esclusivamente sui lavoratori.
«La spesa quotidiana non può diventare un lusso», è il messaggio del sindacato, che chiede interventi immediati su alimentari, energia, carburanti e abitazioni. La questione economica si intreccia inevitabilmente con quella politica: la protesta contesta infatti la scelta di destinare risorse pubbliche al riarmo, chiedendo che vengano invece investite in salari, pensioni, sanità, scuola, casa e servizi pubblici.
Studenti e insegnanti: la protesta entra nelle scuole
Tra le voci del corteo c’è anche quella delle nuove generazioni. Una tappa simbolica è prevista davanti all’università d’Annunzio, per denunciare quella che il sindacato definisce una crescente militarizzazione della pubblica istruzione. Nel mirino la presenza di messaggi e iniziative legati agli apparati militari all’interno del mondo scolastico e universitario.
«I giovani non vogliono l’arruolamento alla guerra» è uno dei messaggi della mobilitazione. Una contestazione che si accompagna alle rivendicazioni di docenti e personale scolastico, schierati contro i tagli e contro la riforma degli istituti tecnici, che secondo i promotori potrebbe comportare una riduzione delle ore di lezione, delle discipline e dei posti di lavoro.
Tra le richieste avanzate da Usb, Cobas, Adl, Clap e Sial c’è un aumento di 300 euro netti mensili per docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Una battaglia che punta a riportare al centro il valore dell’istruzione pubblica e le condizioni di lavoro di chi ogni giorno manda avanti le scuole.
«Basta fabbriche di morte»: il caso ex Esplodenti Sabino
La protesta abruzzese porta in piazza anche una questione profondamente legata al territorio: il futuro dei lavoratori dell’ex Esplodenti Sabino di Casalbordino. Tra i manifestanti c’è il comitato «Disarmiamoci – Basta fabbriche di morte», nato dopo le tragedie che hanno coinvolto alcuni dipendenti dello stabilimento.
La richiesta è rivolta alla Regione Abruzzo, alla Provincia di Chieti e alle amministrazioni locali: aprire un tavolo istituzionale pubblico per garantire la ricollocazione di tutti i lavoratori e individuare un progetto di riconversione industriale civile, alternativo alla produzione bellica. L’obiettivo è tutelare l’occupazione senza rinunciare alle vocazioni produttive del territorio.
Il comitato chiede inoltre una presa di posizione chiara contro la progressiva militarizzazione dell’area e contro l’apertura dell’impianto Arca Defence nel Vastese, considerato un ulteriore tassello di un modello industriale orientato all’economia di guerra. Una questione che, per gli attivisti, non riguarda soltanto le scelte produttive, ma anche la sicurezza dei lavoratori e il futuro delle comunità locali.
Trasporti, scuola e sanità: gli effetti dello sciopero
La mobilitazione coinvolge diversi comparti. Le proteste sono iniziate già nella serata precedente con il personale ferroviario, in sciopero dalle 21 fino alle 20.59 della giornata successiva. Per i vigili del fuoco è previsto uno stop di quattro ore, dalle 9 alle 13. Coinvolti anche scuola e sanità per l’intera giornata, con il rispetto delle prestazioni sanitarie urgenti e dei servizi minimi garantiti.
Sul fronte dell’ordine pubblico, Prefettura e Questura hanno predisposto un dispositivo di sicurezza per accompagnare lo svolgimento della manifestazione e prevenire eventuali criticità. In campo carabinieri, polizia di Stato, guardia di finanza e polizia locale, con personale in uniforme e in borghese nelle zone considerate più sensibili.
Pescara diventa così il punto di incontro di rivendicazioni diverse, ma unite da un filo comune: la richiesta di rimettere al centro il lavoro, i diritti e la qualità della vita.



