L’Aquila. Disagi non pagati, contributi mal versati e straordinari convertiti in trasferte. Questo è il racconto di Silvio (nome di fantasia), un autista solidale cogli autotrasportatori che dopo il levantamiento delle scorse settimane ha voluto denunciare alla nostra testata la situazione «difficilissima» che vive la categoria. Non è una novità, con il 90 percento e oltre delle merci mosse solo che su gomma ed un assottigliamento sempre più grande del personale per le paghe basse ed i turni pesanti, la condizione di autisti ed autotrasportatori è sempre più complessa. Soprattutto, se manca un riferimento sindacale nell’azienda.
Spiega Silvio, infatti, che il problema dei lavoratori non è soltanto l’inserimento della clausola carburante, cioè del riconoscimento dei costi di rifornimento sulla base dei prezzi (stellari) del petrolio dopo la crisi dello Stretto di Hormuz. «Abbiamo colleghi che fanno out», pratica scorretta che alcuni lavoratori, costretti dal padrone dell’azienda o di loro sponte, applicano “staccando” il cronotachigrafo che controllerebbe gli orari di lavoro compiuti, riducendo il percepito in busta paga. «C’è anche una sentenza che dispone l’utilizzo del cronotachigrafo non solo per controllare il lavoratore, ma anche per segnare nelle voci dello stipendio gli orari di attività», continua, «perciò il ripresentarsi dell’out, aumenta le difficoltà di un lavoratore, che si ritrova senza più tutele e con salari ancora più bassi».
E non è solo questa la tegola sulla testa degli autotrasportatori, la carenza di conducenti è considerata una delle maggiori criticità del settore ed è uno dei motivi alla base del problema di fondo per la categoria. Secondo le stime riportate dal rapporto Upply, oltre il 60% delle posizioni potrebbe rimanere scoperto entro il 2026 a causa dell’invecchiamento della forza lavoro e della difficoltà di attrarre nuovi autisti, spesso disincentivati per il cortocircuito di bassa retribuzione, lunghe ore di lavoro, costi eccessivi del carburante.
Nonostante trasporti e logistica rientrino a pieno titolo in uno dei settori chiave dell’economia nazionale, con circa 1 milione di lavoratori, il 9% del PIL ed una stima di fatturato aggregato che va oltre i 112 miliardi di euro, la condizione lavorativa degli autisti continua a peggiorare. Ecco, dunque, la terza tegola sulle loro teste: disagi, straordinari e contributi mal versati.
«In queste settimane» denuncia Silvio con un appello ai colleghi, lasciatoci per iscritto, «c’è stato uno sciopero dei mezzi pesanti per il grave rincaro del gasolio, che purtroppo inginocchia chi come noi lavora nel settore. Non si riesce a portare avanti l’attività e in questo contesto apprendo delle lamentele dei miei colleghi autisti, anche loro in difficoltà per i salari bassi. Le loro lamentele partono da una situazione di salari inadeguati e senza aver segnato gli straordinari ed i disagi. Queste voci [in busta paga, ndr.] non vengono riconosciute e creano difficoltà economiche personali e famigliari e in ultimo portano a pensioni basse», proprio perché viene “falsato” il tempo di lavoro.
«Perché non vengono versati i contributi per gli straordinari ed i disagi», chiarisce Silvio. E infatti lo straordinario, secondo la sua ricostruzione, salta ed i disagi, cioè l’indennità percepita per quei turni gravosi o molto distanti dal raggio d’azione dell’azienda, finisce per essere trasformato in trasferte, che non solo non rendono contributi, ma sono anche esentasse e quindi molto più vantaggiose per l’imprenditore. «Le aziende, a causa delle tasse, non regolarizzano i salari per i costi eccessivi», chiude l’autista.



