L’Aquila. Dalla traversata del Mediterraneo al rintraccio nel capoluogo abruzzese, undici mesi dopo le prime fasi di un drammatico percorso migratorio. La Polizia di Stato dell’Aquila ha eseguito il fermo di un cittadino egiziano, classe 1999, gravemente indiziato di aver svolto il ruolo di scafista nell’ambito di un’organizzazione criminale dedita al traffico di migranti dalla Libia verso le coste italiane.
Il provvedimento è stato eseguito lo scorso 17 ottobre dalla sezione Criminalità organizzata della Squadra Mobile dell’Aquila, diretta dal vice questore Roberta Cicchetti, al termine di un’attività investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica dell’Aquila. L’uomo, attualmente senza fissa dimora e in passato ospite, in qualità di richiedente protezione internazionale, di un Centro di accoglienza straordinaria (CAS) della provincia, è stato rintracciato in città e condotto nella locale casa circondariale.
La traversata del 20 maggio 2025: 22 persone a bordo
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, nel maggio 2025 l’indagato avrebbe organizzato e condotto una traversata dalla Libia all’Italia, trasportando a bordo di un natante almeno 22 persone e procurandone l’ingresso illegale nel territorio dello Stato, esponendole a rischi per la vita e l’incolumità.
La barca sarebbe approdata a Lampedusa il 20 maggio 2025. Per il viaggio, secondo l’ipotesi accusatoria, ogni migrante avrebbe dovuto versare circa 3.500 euro.
Al presunto scafista viene inoltre contestata l’aggravante di aver agito nell’ambito di un gruppo criminale organizzato operante in più Stati, con base in Libia e specializzato nella gestione di centri di raccolta e nell’organizzazione delle traversate verso l’Italia dietro il pagamento di ingenti somme di denaro.
Nell’inchiesta sono coinvolti anche altri due soggetti, ritenuti appartenenti alla medesima organizzazione e presenti sulla stessa imbarcazione. Secondo gli investigatori, uno avrebbe avuto il compito di gestire il telefono satellitare di bordo, mentre l’altro si sarebbe occupato di rifornire di carburante il vano motore.
Il racconto di un migrante: pestaggi e mesi di prigionia
È la testimonianza di uno dei migranti arrivati in Italia a delineare gli aspetti più drammatici della vicenda. L’uomo, successivamente trasferito in un centro di accoglienza dell’Aquilano, ha raccontato alla Squadra Mobile le violenze e le privazioni subite durante il viaggio verso l’Europa.
Stando al suo racconto, non essendo riuscito a pagare per intero e in un’unica soluzione la somma richiesta dall’organizzazione, sarebbe stato brutalmente picchiato una volta raggiunta la frontiera tra Sudan e Libia.
Per circa undici mesi, mentre la sua famiglia cercava di reperire il denaro necessario, sarebbe rimasto trattenuto in un centro di prigionia nell’area di confine libica. Soltanto dopo il versamento di ulteriori 3.500 euro sarebbe stato trasferito prima a Tripoli e poi a Zawiya, dove avrebbe trascorso altri due mesi.
In quest’ultima località, secondo la testimonianza raccolta dagli investigatori, sarebbe stato rinchiuso in una struttura insieme ad altre 300-400 persone. Qui avrebbe conosciuto l’egiziano successivamente sottoposto a fermo, che avrebbe alloggiato in un appartamento insieme agli addetti alle imbarcazioni.
«Gettare il GPS in mare»: le presunte istruzioni prima della partenza
Nel racconto del migrante emergono anche le presunte disposizioni che sarebbero state impartite al conducente dell’imbarcazione prima della traversata.
L’uomo avrebbe riferito agli investigatori che il presunto scafista aveva ricevuto dal capo dell’organizzazione precise istruzioni: in caso di incontro con un’imbarcazione europea, avrebbe dovuto gettare in mare il GPS e, in caso di controllo, dichiarare di essere un migrante come gli altri passeggeri. Anche gli altri occupanti della barca, secondo quanto riferito, avrebbero dovuto confermare questa versione.
Indicazioni che, se confermate, delineerebbero un sistema organizzato per eludere i controlli e nascondere i ruoli dei partecipanti alla traversata.
I video acquisiti dalla polizia
A sostegno del quadro investigativo, gli inquirenti hanno recuperato due video ritenuti significativi. Il primo documenterebbe il pestaggio denunciato dal migrante; il secondo riprenderebbe la traversata verso Lampedusa.
Nelle immagini del viaggio, secondo quanto riferito dalla Polizia, sarebbe visibile l’egiziano mentre conduce l’imbarcazione, oltre alla presenza degli altri due indagati. Materiale che si aggiunge alle testimonianze raccolte e agli approfondimenti investigativi condotti nel corso dell’inchiesta.
Le indagini partite anche dai centri di accoglienza
L’attività investigativa sarebbe nata dalla collaborazione costante tra gli investigatori specializzati della Squadra Mobile e il personale in servizio nei CAS della provincia dell’Aquila, con l’obiettivo di individuare situazioni ed elementi meritevoli di approfondimento.
Dopo le operazioni di identificazione attraverso il fotosegnalamento nell’hotspot di Lampedusa, il 23 maggio 2025 due dei tre indagati, compreso l’uomo fermato nei giorni scorsi, erano stati trasferiti in due centri di accoglienza straordinaria della provincia aquilana, insieme ad alcuni dei migranti presenti sulla stessa imbarcazione.
Da quel trasferimento e dalle successive testimonianze ha preso forma un’indagine che ha consentito di ricostruire, secondo l’ipotesi accusatoria, le modalità della traversata e i presunti collegamenti con un’organizzazione criminale attiva in Libia.
L’uomo è ora in carcere a disposizione dell’autorità giudiziaria. La sua responsabilità dovrà essere accertata nelle sedi competenti, nel rispetto della presunzione di innocenza. Resta, intanto, il quadro di un viaggio che, secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbe stato preceduto da mesi di prigionia, violenze e richieste di denaro, fino alla traversata del Mediterraneo e all’arrivo sulle coste italiane.



