Lanciano. Abitanti delle torri e del quartiere Cappuccini sono scesi in piazza oggi per contestare l’affissione del cartello antigiochi che in queste ore ha acceso una polemica non da poco fra i residenti delle torri ex-Manifattura Tabacchi e la cittadinanza frentana. Ancora non del tutto noto il mandante del misterioso segnale che prescrive di non giocare né accedere in bici nel piazzale del complesso condominiale Agorà «eccetto autorizzati». Ma da chi? Se lo chiedono tutti, perché anche l’amministrazione comunale ─ nella persona dell’assessore Paolo Bomba – non riconosce d’aver inviato alcuna istruzione per piantare il divieto.
Anzi, parrebbe che questo non sia neanche lecito, visto che è stato apposto all’ingresso dell’area a gestione comunale, a cui andrebbe almeno fatta richiesta di affissione, se non di delibera. Da quanto si apprende dall’assessorato alla mobilità e traffico, Piazza Giancristofaro sarebbe un luogo privato ad uso pubblico. Spetterebbe, dunque, alla giunta il compito di affiggere tali prescrizioni.
Esiste, infatti, un accordo ab origine fra privato e pubblico che venne pattuito durante le procedure d’autorizzazione a costruire del grande fabbricato residenziale all’ingresso di Viale Cappuccini. Appunto, la piazza ─ intitolata, per altro, ad un insegnante e sindaco degli Anni ’60, Francesco Paolo Giancristofaro ─ è «soggetta a regolamentazione ed al controllo della pubblica amministrazione» dichiara il meloniano Bomba, assessore alla mobilità, «un divieto di questo tipo deve essere posto dal Comune ed il Comune non l’ha posto».
Tutti i sospetti, di conseguenza, ricadrebbero sulla proprietà, amministrata dalla Biemme Immobiliare di Boris Piccirilli, che aveva già fatto sollevare alcune critiche dei residenti, come raccontato ieri. «Ogni tanto spuntano questi cartelli» aveva riferito ad AbruzzoLive un’abitante delle torri, «anche se non si capisce chi sia autorizzato a piantarli a terra».
La protesta quasi istantanea di oggi non ha lasciato adito a compromessi. «Se giocare è reato, arrestateci tutti» recita il cartellone dei condomini. I quindici cittadini, quasi tutti residenti del complesso, si sono riuniti per le 11 nel piazzale a contestare il divieto con alcune richieste: la rimozione del divieto, l’ampliamento, semmai, degli spazi di socialità, ossia delle panchine, il posizionamento di alberi o zone d’ombra artificiali per limitare gli effetti del caldo estivo ─ ormai insostenibile, sia per colpa del cambiamento climatico che della conformazione della piazza, ampia e priva di ripari dal sole ─ ed infine l’inserimento di una zona giochi per i bambini.
L’esatto opposto di quel che precetta il cartello della discordia. Questa volta, forse, l’anima della storica terra in cui insisteva la Manifattura ove le tabacchine avviarono la rivolta degli anni Sessanta, sembra aver animato la ribellione dei residenti. Così, dalla rivolta delle tabacchine, si è passato alla rivolta dei divieti. Non a caso, «vietato vietare», slogan sessantottino par excellence, nacque lo stesso anno di quei famosi tumulti.



