L’Aquila. È morto a Roma, all’età di 60 anni, Daniele Kihlgren, l’uomo che aveva legato il proprio nome alla rinascita di Santo Stefano di Sessanio e a un’idea completamente diversa di turismo, recupero e valorizzazione dei borghi italiani.
Nato a Milano da padre svedese e madre pescarese, appartenente alla famiglia Miklesi, Kihlgren era arrivato in Abruzzo alla fine degli anni Novanta e proprio sulle montagne abruzzesi aveva trovato il progetto destinato a cambiare la sua vita: il recupero di un piccolo borgo medievale che allora appariva quasi abbandonato e che sarebbe diventato, attraverso la nascita dell’albergo diffuso Sextantio, una delle esperienze più conosciute e studiate di recupero del patrimonio storico italiano. La sua intuizione era semplice e insieme radicale: non costruire un nuovo albergo per attirare i visitatori, ma recuperare le vecchie case e trasformare il borgo stesso in un luogo dell’ospitalità, conservandone le pietre, le architetture, gli oggetti e soprattutto l’identità.
Santo Stefano di Sessanio, oggi conosciuto ben oltre i confini dell’Abruzzo, era allora un paese molto diverso da quello che sarebbe diventato negli anni successivi. Arroccato a oltre 1.200 metri nel cuore del Gran Sasso, aveva conosciuto un lungo processo di spopolamento e molte delle sue abitazioni erano vuote o in condizioni precarie; le strade erano silenziose, le case in pietra raccontavano una storia antica ma sembravano non avere più una funzione nel presente.
Kihlgren arrivò lì durante uno dei suoi viaggi in moto e rimase colpito proprio da ciò che normalmente avrebbe potuto essere considerato un limite: l’assenza di attività, la distanza dai grandi centri, il carattere intatto dell’architettura, il paesaggio e quella sensazione di paese sospeso nel tempo. In quel momento intuì che proprio ciò che sembrava rendere Santo Stefano marginale poteva diventare la sua maggiore ricchezza.
Kihlgren era arrivato in Abruzzo dopo una formazione filosofica e una vita personale già attraversata da esperienze difficili. Aveva studiato filosofia a Milano e, dopo la morte del fratello Edoardo, aveva attraversato una fase complessa della propria esistenza, fino a ritrovarsi in Abruzzo, terra della famiglia materna. Il legame con il territorio sarebbe diventato sempre più forte e, attraverso i viaggi in moto sulle strade dell’Appennino, sarebbe arrivato l’incontro con Santo Stefano di Sessanio. Non fu, però, un semplice colpo di fulmine turistico: Kihlgren cominciò a interrogarsi sulla possibilità di acquistare le abitazioni del borgo e recuperarle senza trasformarle in qualcosa di diverso da ciò che erano state.
Da quella intuizione nacque Sextantio, il progetto che avrebbe segnato la sua vita. Le prime case vennero acquistate e restaurate nel rispetto delle caratteristiche originarie, con l’obiettivo di non cancellare i segni lasciati dal tempo. Il concetto dell’albergo diffuso permetteva di distribuire le camere all’interno delle abitazioni del centro storico, facendo sì che l’ospite non entrasse semplicemente in una struttura ricettiva, ma si trovasse a vivere il paese, camminando lungo i vicoli, entrando nelle vecchie case, dormendo in ambienti nei quali la storia dell’edificio rimaneva visibile. Il lusso, nella concezione di Kihlgren, non consisteva nell’aggiungere elementi moderni o nel rendere tutto più elegante e uniforme, ma nel lasciare emergere ciò che rendeva unico quel luogo: la pietra, il legno, i vecchi camini, le porte, i pavimenti, le imperfezioni e persino le tracce della vita contadina.
Era una filosofia che Kihlgren avrebbe sintetizzato attraverso il concetto di recupero conservativo e di “inedificabilità”, cioè la convinzione che non fosse necessario costruire continuamente per creare valore. Al contrario, in molti territori italiani il valore era già presente e aspettava soltanto di essere riconosciuto. L’idea era anche economica, oltre che culturale: un borgo poteva essere salvato se il recupero del patrimonio diventava sostenibile, se le case tornavano ad avere una funzione, se il turismo produceva lavoro e se la conservazione non rimaneva affidata soltanto alla spesa pubblica. In questo senso Santo Stefano di Sessanio diventò una sorta di laboratorio, un esperimento concreto su come fosse possibile trasformare un paese destinato allo spopolamento in una destinazione internazionale senza ricorrere a grandi costruzioni o a una radicale trasformazione del paesaggio.
Il successo di Sextantio fece conoscere Santo Stefano di Sessanio in tutto il mondo e trasformò progressivamente la percezione del borgo. Il paese non venne ricostruito secondo un modello turistico artificiale, ma valorizzato proprio attraverso ciò che già possedeva. Il progetto attirò visitatori, investimenti e attenzione internazionale e diventò un esempio di come il patrimonio storico potesse essere utilizzato per generare nuova economia senza perdere necessariamente la propria identità. Per Kihlgren, tuttavia, la sfida non era soltanto portare turisti in un paese antico: era dimostrare che la conservazione poteva essere una forma di sviluppo e che un luogo poteva tornare a vivere senza dover diventare qualcos’altro.
La stessa filosofia sarebbe stata portata qualche anno dopo a Matera, nei Sassi, dove Kihlgren realizzò Sextantio Le Grotte della Civita recuperando antichi ambienti scavati nella roccia e trasformandoli in spazi per l’ospitalità. Anche qui il principio rimase quello di intervenire il meno possibile, lasciando che fossero la pietra e la storia degli ambienti a raccontare il luogo. Santo Stefano di Sessanio e Matera diventavano così due esperienze diverse ma unite dalla stessa convinzione: il patrimonio non deve essere necessariamente modernizzato per diventare contemporaneo, perché può essere proprio la sua autenticità a rappresentare il valore più importante.
La vicenda imprenditoriale di Kihlgren rimase sempre intrecciata alla sua storia familiare. Suo padre era svedese, mentre la madre era pescarese e apparteneva alla famiglia Miklesi, legata al mondo del cemento abruzzese. Un elemento quasi paradossale, considerando che Kihlgren avrebbe costruito la propria identità professionale proprio intorno alla scelta di non consumare nuovo territorio e di recuperare invece ciò che esisteva già. Da una famiglia legata alla costruzione industriale arrivò così un uomo che avrebbe trovato la propria strada nelle vecchie pietre dei borghi, nei paesi spopolati e negli edifici che rischiavano di scomparire.
La sua vita, però, non fu quella lineare di un imprenditore di successo. Kihlgren aveva raccontato pubblicamente anche gli anni più difficili, la morte del fratello, le dipendenze, la malattia e le conseguenze di esperienze personali che avevano profondamente segnato la sua esistenza. Invece di nascondere quelle vicende dietro l’immagine dell’uomo arrivato, ne fece parte della propria storia, raccontando un percorso fatto di cadute e ripartenze. Anche l’impegno nel campo umanitario occupò una parte importante della sua attività, con progetti sviluppati in Africa e iniziative rivolte alle popolazioni più povere, in particolare nell’ambito sanitario.
Negli anni il progetto Sextantio si è ulteriormente ampliato, arrivando a occuparsi non soltanto di architettura e ospitalità, ma anche della memoria immateriale dei territori. A Santo Stefano di Sessanio è stata avviata una ricerca sulla cucina tradizionale del paese, attraverso il recupero di ricette tramandate oralmente e di una cultura gastronomica che rischiava di scomparire insieme alle generazioni più anziane. Era un passaggio coerente con la visione di Kihlgren: recuperare un borgo non significa soltanto restaurare una facciata o mettere in sicurezza una casa, ma conservare il sistema di conoscenze, abitudini, sapori e relazioni che ha dato origine a quel luogo.
Negli ultimi anni Santo Stefano di Sessanio continuava a essere il cuore della sua esperienza e il punto di partenza di una riflessione più ampia sul futuro dei borghi italiani. Il modello sviluppato in Abruzzo aveva attirato l’interesse anche fuori dall’Italia, fino a essere osservato come possibile esempio di recupero e valorizzazione di territori marginali. Il piccolo paese del Gran Sasso che Kihlgren aveva scoperto durante un viaggio in moto era diventato così una destinazione internazionale e, allo stesso tempo, un caso emblematico nel dibattito sullo spopolamento dei centri storici e sulla possibilità di dare nuova vita ai territori senza snaturarli.
La sua idea aveva naturalmente anche le sue contraddizioni, perché trasformare un borgo storico in una destinazione turistica significa confrontarsi con un equilibrio delicato tra conservazione e commercializzazione, tra vita quotidiana e ospitalità, tra autenticità e consumo dell’autenticità da parte del visitatore. Ma proprio in questa tensione si trova una parte importante della storia di Kihlgren: non quella di un uomo che aveva trovato una formula perfetta, ma quella di un imprenditore che aveva scelto di affrontare il problema dello spopolamento partendo da una domanda diversa da quella abituale. Non “cosa possiamo costruire qui?”, ma “cosa possiamo salvare?”.
È stata questa la domanda che lo ha accompagnato da Santo Stefano di Sessanio a Matera e nei diversi progetti sviluppati nel corso degli anni. Una domanda che oggi assume un significato ancora più forte, mentre molti piccoli centri italiani continuano a perdere abitanti e attività e intere porzioni dell’Appennino rischiano di diventare paesi senza comunità. Kihlgren aveva provato a dimostrare che la risposta non doveva essere necessariamente la trasformazione radicale dei luoghi, ma poteva essere la loro riscoperta.
Il suo nome rimarrà inevitabilmente legato a Santo Stefano di Sessanio, perché è lì che tutto ebbe inizio. Arrivò quando il paese era ancora lontano dai circuiti del turismo internazionale e vide qualcosa che altri non avevano visto: non un borgo morente, ma un luogo nel quale il passato poteva diventare una risorsa per il futuro. Acquistò case, investì nel loro recupero, affrontò difficoltà e resistenze e costruì lentamente un progetto che avrebbe cambiato la percezione stessa del paese.
Oggi quelle pietre sono ancora lì, gli stessi vicoli continuano a salire tra le case e il profilo del borgo è rimasto quello che aveva conquistato Kihlgren durante quel viaggio in moto. È forse questa la parte più significativa della sua eredità: non aver lasciato dietro di sé soltanto un’azienda o una struttura ricettiva, ma aver contribuito a cambiare il destino di un luogo attraverso la convinzione che ciò che sembrava vecchio, marginale e inutile potesse invece contenere una ricchezza straordinaria.
Daniele Kihlgren è arrivato a Santo Stefano di Sessanio quando il borgo rischiava di essere dimenticato e ha finito per renderlo conosciuto nel mondo. La sua storia comincia con una strada di montagna, una moto e un incontro casuale e finisce, oggi, con un paese che continua a raccontare quella scommessa attraverso le proprie case di pietra. La sua eredità più concreta è forse proprio questa: aver dimostrato che, qualche volta, per costruire il futuro di un luogo non serve costruire affatto. Serve avere la capacità di riconoscere il valore di ciò che è già lì.



