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Delitto di Garlasco, guerra di consulenze e nuove intercettazioni: si avvicina la verità?

Luca Marrone di Luca Marrone
1 Giugno 2026
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Pavia. La Procura ha recentemente effettuato la cosiddetta discovery delle risultanze investigative relative ad Andrea Sempio, indagato da marzo 2025 perché sospettato di aver ucciso Chiara Poggi il 13 agosto 2007, delitto per il quale è stato condannato il fidanzato della vittima, Alberto Stasi, ancora impegnato a scontare la pena inflittagli. Alcune di tali risultanze hanno carattere strettamente forense (l’impronta digitale n. 33 rilevata sulla scala di casa Poggi che conduce nella taverna e su cui è stato rinvenuto il corpo senza vita della giovane vittima, il Dna presente sulle unghie di Chiara, l’impronta di calzatura individuata nel sangue, le macchie di sangue rilevate sul locus commissi delicti e tutti gli elementi acquisiti e valutati nel corso della prima indagine o, in quella sede, non adeguatamente valorizzati). Altre risultanze si connotano in termini che potremmo definire comportamentali, con funzione di orientamento dell’indagine e insuscettibili di comprovare un eventuale, diretto coinvolgimento dell’indagato nell’iter crimis (l’analisi psicologica condotta dal Racis dei Carabinieri sui tratti personologici di Sempio e la trascrizione dei colloqui e dei numerosi soliloqui di quest’ultimo).

Le consulenze della difesa

Nei giorni scorsi i difensori di Sempio, gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, hanno provveduto a depositare in Procura cinque consulenze di parte che intendono confutare quelle proposte dagli esperti nominati dagli inquirenti, oltre a una “memoria con allegati” a firma degli stessi legali.

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“Abbiamo predisposto una consulenza sulla Bpa, una sull’impronta 33, una medico-legale, una supplementare di natura genetica, una sulle impronte di scarpa perché noi riteniamo che il piede di Sempio non sia compatibile per larghezza con le impronte rilasciate”, hanno spiegato i legali. La memoria mira invece a “contestualizzare” e spiegare gli audio e i “soliloqui di Andrea Sempio” intercettati in auto, che la Procura ritiene fortemente indizianti. Tali audio, a detta dei difensori, “non contenevano nessuna novità rispetto ai commenti degli utenti dei podcast e delle trasmissioni” e, dunque, non avrebbero “alcuna natura confessoria”.

Tra le consulenze non è stata inclusa, per il momento, quella personologica dell’indagato, pure annunciata e finalizzata a controbilanciare la menzionata analisi stilata dal Racis. “Non depositiamo ancora quella personologica perché riteniamo non utilizzabile ai fini di prova quella del Racis”, così i difensori di Sempio hanno motivato la scelta, precisando quindi che la predetta consulenza verrà depositata “solo se quella del Racis venisse ritenuta utilizzabile al fine di prova.”

Disposto l’esame psichiatrico di Sempio

Il deposito dei contributi tecnici difensivi ha sollecitato contromosse della Procura. “In particolare, è stato disposto che i consulenti tecnici del Pubblico Ministero, già nominati, procedano a specifiche verifiche, al fine di esaminare le prospettazioni tecniche formulate dalla difesa e di valutarne la fondatezza, anche sotto il profilo del rigore e dell’affidabilità scientifica”, si legge in un comunicato stampa diffuso dalla Procura di Pavia il 28 maggio scorso.

“Contestualmente, nell’ottica di garantire la completezza e l’approfondimento delle indagini, è stato nominato il Prof. Roberto Catanesi, medico psichiatra, quale consunte tecnico”, prosegue la nota. “Allo stesso verrà messo a disposizione il compendio documentale relativo ad Andrea Sempio, previa formulazione dei relativi quesiti.”

Su cosa dovrà focalizzarsi la valutazione del consulente nominato dalla Procura? Su tre aspetti in pericolare: “l’eventuale sussistenza in capo all’indagato, di condizioni patologiche idonee ad incidere sulla capacità di intendere e di volere, con riferimento ai fatti per cui si procede e al momento della loro realizzazione”; “la presenza di eventuali disturbi o alterazioni di significativa rilevanza, tali da incidere sul giudizio di imputabilità, nonché il grado di correlazione con i fatti contestati”; “l’eventuale configurabilità di una condizione di pericolosità sociale.”

La difesa di Sempio ha precisato che questi non si sottoporrà a un eventuale esame da parte del consulente nominato dalla Procura. “Ci mancherebbe solo che andasse, proprio per il fatto che contestiamo la tempistica”, ha dichiarato l’avvocato Cataliotti. “Perché noi crediamo che l’accertamento dei fatti e le prove dei fatti debbano presiedere a una valutazione personologica, a maggior ragione se riguarda eventuali ipotesi di patologie che potrebbero essere sbandierate all’opinione pubblica senza una responsabilità per il fatto. Prima il fatto e poi tutte le valutazioni del caso.”

Il ruolo dell’impronta 33

Come accennato prima, le risultanze dell’inchiesta della Procura di Pavia sono di diversa natura. A titolo personale, per formazione e retroterra professionale e accademico, riteniamo più significative quelle provenienti dalla scena del crimine, potenzialmente utili alla ricostruzione della dinamica dell’aggressione omicida e a collocare l’indagato in loco. “Ogni contatto lascia una traccia”, recita – nella sua formulazione più sintetica – il noto principio di interscambio enunciato dal criminologo e criminalista francese Edmond Locard (1877-1966), uno dei padri dell’investigazione scientifica. L’interazione violenta tra aggressore e vittima, secondo tale assunto, innesca inevitabilmente trasferimenti incrociati di tracce e microtracce appunto tra aggressore, vittima e scena del crimine. Scopo dell’indagine criminalistica sarà appunto quella di individuare, recuperare e analizzare tali tracce e microtracce, per collocare oltre ogni dubbio l’aggressore sul luogo in cui questa si è consumata. Nel nostro caso, in tema di risultanze forensi potenzialmente idonee a supportare l’assunto accusatorio, un ruolo significativo e forse decisivo potrebbe essere rivestito dalla nota impronta 33, traccia dattiloscopica rivenuta nel 2007 sul muro della scala che, in casa Poggi, conduce in taverna.

La traccia in questione può davvero ricondursi ad Andrea Sempio? Ovviamente, tra i consulenti delle parti non vi è accordo in tal senso. Si parla da mesi della presenza di quindici punti di coincidenza tra l’impronta in questione e quella dell’attuale indagato. La difesa di Sempio nega che il reperto possa effettivamente ricondursi al proprio assistito perché la giurisprudenza della Corte di Cassazione considera certa una identificazione dattiloscopica ricorrendo sedici-diciassette punti sovrapponibili. A dire il vero, i giudici di legittimità stabiliscono che la corrispondenza dattiloscopica di più punti (ma in numero inferiore a sedici) possano assumere maggiore o minore valenza indiziaria a seconda della natura dei punti di corrispondenza (semplici o complessi) o dei contesti di tempo e di luogo in cui la traccia ignota è stata lasciata, in riferimento ai potenziali soggetti cui riferirla[1].

In ogni caso, nell’impronta di questione, sarebbe emerso un cluster particolarmente distintivo, costituito da quattro punti, perfettamente riproducibile dopo diciotto anni e che aumenterebbe il valore identificativo dell’impronta, ben al di là delle quindici minuzie considerate. Di tale peculiare combinazione dei quattro punti (nn. 6, 7, 8, 9) costituenti il cluster identificativo danno conto i consulenti dattiloscopici della Procura, il tenente colonnello del Ris Gianpaolo Iuliano e il criminalista Nicola Caprioli.

Non sono mancate obiezioni in proposito dalle controparti. I consulenti della famiglia Poggi hanno accusato gli esperti dei Pm di aver invertito l’ordine dell’osservazione, partendo dall’impronta acquisita dal sospettato e individuando sulla 33 minuzie corrispondenti, oltre che di aver erroneamente considerato come minuzie i punti 6, 7, 8 e 9 “appena visibili sul frammento e dovuti ad una pieghetta cutanea sul palmo di Sempio.” Il procuratore aggiunto Stefano Civardi ha definito “non condivisibili” tali critiche, ponendo in evidenza “l’infondatezza delle osservazioni svolte dai tecnici della difesa dei prossimi congiunti della vittima.”

In una nota integrativa depositata il 4 marzo 2026, Iuliano e Caprioli, considerano che “già questi CCTT alla pag. 27 del proprio elaborato identificavano i punti 6, 7, 8 e 9 come un cluster di minuzie, ovvero una combinazione particolare di minuzie che fa aumentare il valore identificativo delle stesse. In linea generale, infatti, bisogna considerare che una minuzia potrebbe non riprodursi sempre, sia nel caso di frammenti papillari sia nei cartellini di confronto e tale affermazione è ancora più vera per i punti caratteristici in corrispondenza delle pieghe cutanee.”

Proprio al fine di scongiurare il pericolo di un errore, Sempio era stato riconvocato, nell’aprile 2025, per acquisire le impronte palmari con il metodo dell’inchiostro, dopo un prelievo effettuato con il laser, e “verificare la riproducibilità delle minuzie 6, 7, 8 e 9 che infatti si sono riprodotte sempre con tre tecniche differenti di evidenziazione/assunzione a conferma dell’affidabilità dei 4 punti selezionati”, si legge nella nota dei due consulenti della Procura. Per quest’ultima non sussisterebbero quindi dubbi circa la riconducibilità dell’impronta 33 ad Andrea Sempio.

Strumenti di identificazione

I consulenti dell’indagato, Luigi Bisogno e Luciano Garofano, hanno inoltre contestato, in questi mesi, le modalità con cui quelli della Procura sarebbero giunti all’attribuzione dell’impronta 33 all’indagato anche sotto un altro profilo. A parer loro, gli stessi avrebbero impiegato allo scopo, un software, senza esplicitarlo “nella relazione scritta né nelle pagine che descrivono come si è pervenuti alla compatibilità tra l’impronta 33 e la palmare destra di Andrea Sempio.” Il che risulterebbe ulteriormente avvalorato, secondo loro, dalla mancanza dell’esatta identificazione, descrizione e documentazione fotografica dei singoli quindici punti caratteristici asseritamente individuati dai consulenti della Procura, la cui presenza si ridurrebbe a soli numeri e micro-segnali di colore verde, “che non sono assolutamente idonei per una oggettiva identificazione delle minuzie.”

Replica di Iuliano e Caprioli: “Rispetto alla colorazione dei punti utilizzati per indicare le minuzie rilevate sull’impronta ‘33’, che Bisogno-Garofano definiscono ‘tipici indicatori utilizzati dal software (Lapics PrintQuest, ndr) per marcare i punti corrispondenti, abbiamo deciso di adottare il colore ‘verde’ in quanto complementare al rosso, che risulta il tono dominante dell’immagine dell’impronta ‘33’, al fine di garantire il massimo contrasto facilitandone la percezione.”

Il sistema “usa il colore verde per ricostruire lo scheletro dell’impronta papillare e non è stato utilizzato alcun software per l’analisi della 33.”

Quando è stata lasciata l’impronta 33

Altro quesito relativo all’impronta 33: pur ammettendo che sia attribuibile all’indagato, quando sarebbe stata lasciata? A sentire Marco Poggi, fratello della vittima, e lo stesso Sempio, quest’ultimo avrebbe frequentato spesso la villetta in cui il delitto sarebbe stato commesso e la presenza di una sua traccia dattiloscopica potrebbe non essere necessariamente in relazione con l’iter criminis.

La difesa di Alberto Stasi ha esaminato le fotografie che riproducono l’impronta attraverso un software della Nasa, da questa impiegato per studiare lo spettro cromatico dei corpi celesti, ponendo le caratteristiche cromatiche dell’impronta stessa a confronto con quelle di altre due tracce denominate 42 e 45.

Secondo il genetista Pasquale Linarello, l’esame evidenzierebbe del sangue. “La 42 e la 45 sono cromaticamente tracce rosse, lo si vede immediatamente dalle fotografie”, ha spiegato nel corso della trasmissione Mattino 5. “Con questo software sono state analizzate due tracce sicuramente ematiche e sono state comparate con una parte dell’impronta, che evidentemente presenta le stesse caratteristiche cromatiche, che sono sicuramente ematiche.” La presenza di Sempio sulla scena del delitto in sede di iter criminis deve dunque considerarsi confermata? Lo si valuterà nel corso di un eventuale dibattimento, in un confronto che si preannuncia decisamente serrato.

“La nostra consulenza è stata depositata poco prima della conclusione delle indagini preliminari e conferma le sperimentazioni che avevamo già condotto”, ha spiegato l’avvocata Giada Bocellari che, con il collega Antonio De Rensis, difende Alberto Stasi. “Ci dicevano che i nostri consulenti fossero degli alchimisti, per questo abbiamo scelto di usare un algoritmo certificato.”

Tracce di sangue

Scenario dell’accusa: l’impronta 33 proviene da una “mano bagnata”, perché dopo l’aggressione, l’omicida si sarebbe lavato nel lavello della cucina e sarebbe poi tornato a osservare il corpo della vittima lungo le scale. La traccia dattiloscopica, secondo tale ricostruzione, risulterebbe quindi correlata con l’impronta di calzatura denominata N1 che la Bloodstain Pattern Analysis richiesta dalla Procura al Ris di Cagliari individua sul bordo del cosiddetto “gradino zero”, in prossimità della porzione di muro su cui ci colloca appunto la traccia 33.

Tale segno riprodurrebbe la suola a pallini da sempre associata all’assassino. Secondo gli investigatori, le posizioni dei due segni risulterebbero “perfettamente compatibili con le misurazioni” antropometriche del corpo di Sempio, acquisite nell’ottobre 2025 dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo.

La medesima Bpa del Ris di Cagliari prende tra l’altro in esame un’altra traccia recuperata tra le carte dell’indagine del 2007, che all’epoca sembra sia stata trascurata. Ai margini della pozza di sangue più ampia all’ingresso della villa dei Poggi risulterebbe presente una impronta insanguinata che, a detta degli esperti, sarebbe “compatibile con la mano sinistra di un individuo adulto”, pur non essendo possibile, attraverso di essa, risalire alla sua identità. La posizione della traccia consentirebbe però – sempre secondo l’assunto accusatorio – di individuare il punto in cui potrebbe aver avuto inizio l’aggressione mortale.

“Marca Frau, taglia 42”

Una ulteriore considerazione in tema di tracce di calzatura, con particolare riferimento alla nota impronta a pallini individuata sul pavimento della villetta del delitto (impronta 6). Ritenuta, nella sentenza di condanna di Alberto Stasi, riconducibile a una scarpa di “marca Frau (codice 27U1) di taglia 42” (ed è bene ricordare che un simile modello non è stato rinvenuto in possesso del fidanzato di Chiara Poggi, che all’epoca delle indagini ha invece consegnato agli investigatori un paio di scarpe Lacoste di cui a breve parleremo), secondo la consulenza della professoressa Cattaneo risulterebbe compatibile con il piede dell’attuale indagato. Nell’informativa dei carabinieri del Nucleo investigativo si legge che “le misurazioni antropometriche effettuate dalla Prof.ssa Cattaneo indicano dei valori del piede di Sempio compatibili con calzature di tg.42-43.”

Gli avvocati di Sempio sostengono che l’indagato abbia il numero 44 di piede e ora la consulenza tecnica della difesa, firmata da Armando Palmegiani e Giacomo De Angelis, afferma anche che l’impronta 6 non sarebbe compatibile con le misure del sospettato. “In conclusione”, si legge nell’elaborato, “la larghezza del piede dell’indagato è fisicamente impossibile da contenere in una scarpa la cui suola e la cui dima interna sono progettate per ospitare piante dei piedi di larghezza significativamente inferiore, pari a un massimo di 9,2 centimetri.”

I consulenti della difesa precisano inoltre che “la ‘soletta di montaggio’ (la quale rappresenta il vero alloggio del piede) sia sicuramente più piccola del volume interno della suola.” Ciò in quanto “la soletta di montaggio”, cioè il sottopiede della scarpa, “rappresenti il reale riferimento della superficie anatomica interna della calzatura dove di fatto alloggia il piede.”

Fattori che modificano le dimensioni del piede

Sennonché, le misure con cui l’analisi è stata condotta sono attuali, l’impronta di calzatura rivenuta sulla scena del delitto risale all’estate del 2007. Sembra legittimo chiedersi se, in diciotto anni, le dimensioni di un piede siano soggette a modifiche. MowMag lo ha chiesto a un podologo, il dottor Cesare Panseri, specializzato, tra l’altro, in patologie ungueali e deformità del piede.

“Sì, un piede cambia dimensioni nel tempo, ma detta così è un po’ troppo semplicistica”, ha spiegato Panseri al giornalista Emanuele Pieroni. “Un osso non si allunga, quindi è chiaro che la lunghezza del piede resta sostanzialmente la stessa dopo i 19 anni. […] Il discorso, invece, è sostanzialmente diverso se parliamo di larghezza del piede. Sulla larghezza i cambiamenti possono essere anche molto significativi. […]”

Ancora: “Un piede non può diventare più lungo, ma semplicemente possono crearsi delle deformità per le quali una persona può prendere una scarpa più lunga, cioè un numero in più o dei numeri in più. […]”

“Anche un importante cambio di peso determina una forma differente del piede”, ha precisato infine lo specialista. “E, di conseguenza, anche una impronta differente da parte della stessa persona se prima pesava settanta kg e oggi ne pesa novanta. Nessuno di noi, a distanza di anni, lascia la stessa identica impronta del piede. […]”

L’impronta di “Stasi scopritore”?

Dobbiamo soffermarci ancora su una traccia presente sulla scena del crimine, che potrebbe a sua volta essere correlata con una calzatura. Un passo indietro. Uno dei capisaldi della condanna di Alberto Stasi è notoriamente costituito dall’argomentazione secondo cui il fidanzato di Chiara Poggi non avrebbe potuto attraversare la scena del crimine e scoprire il cadavere della giovane senza sporcarsi le scarpe di sangue. Si è detto delle impronte di calzatura Frau rinvenute in loco, attribuite appunto a Stasi, dalle quali gli investigatori della prima indagine hanno concluso che il giovane avesse mentito  nel riferire le circostanze del ritrovamento.

Nell’analisi oggi condotta sulle risultanze di allora, il Ris di Cagliari ha osservato tracce di impronte a “V” che sembrano ricordare le suole delle scarpe Lacoste che lo stesso Stasi aveva affermato di indossare al momento della scoperta del corpo. È quanto sostenuto anche dal giornalista di inchiesta Luigi Grimaldi.

I Carabinieri, a dire il vero, giungono in proposito a una valutazione di “inconcludenza”. Che tuttavia, secondo i Pm impegnati nelle indagini, introduce comunque “un elemento nuovo idoneo, seppur dubitativamente, a smentire l’assenza di tracce delle scarpe Lacoste indossate da Alberto Stasi sul luogo del delitto, rendendo così non provata la premessa minore del sillogismo giudiziale in ordine alla falsità del racconto di Stasi scopritore (non si può attraversare la scena del delitto senza lasciare tracce, Stasi non ha lasciato tracce, quindi Stasi ha mentito).” Considerazione in linea con quanto afferma la giurisprudenza di legittimità proprio in tema di giudizio peritale inconcludente che, secondo la Cassazione, non equivale a prova contraria né priva automaticamente di rilevanza l’elemento.[2]

“Questa traccia a “V” non è stata presa in considerazione né valutata specificamente in tutti i passaggi processuali precedenti (primo grado, appello, appello bis e Cassazione)”, scrive Grimaldi sul suo blog, “ed è quindi elemento nuovo del tutto. Nei processi passati l’attenzione sulle scarpe di Stasi si era concentrata soprattutto sull’assenza di sangue visibile sulle suole consegnate e sull’impronta a pallini (attribuibile a una scarpa Frau), mentre queste geometrie a V presenti nelle foto della scena non furono oggetto di un’analisi comparativa approfondita oggi impossibile.”

“Si tratta quindi di un elemento nuovo ai fini di una eventuale revisione del processo (art. 630 c.p.p.), perché fornisce una nuova lettura di reperti fotografici già esistenti ma mai attenzionati in questo modo”, conclude il giornalista.

“Sono tutti corrotti”

In queste settimane, a livello mediatico, molto risalto è stato riservato agli aspetti personologici di Andrea Sempio, alle annotazioni presenti sulle sue agende, alle conversazioni con familiari e amiche, ai soliloqui nei quali, secondo la Procura, lo stesso avrebbe sostanzialmente confessato il delitto e, secondo la difesa, sarebbe stato invece impegnato a ripercorrere e commentare il caso, all’occorrenza adottando, nei suoi rimuginamenti, la prospettiva di Alberto Stasi. Lasciamo le valutazioni del caso a chi sarà chiamato, sede giudiziaria, a esaminare anche questo tipo di risultanze dell’inchiesta. Ci limitiamo in questa sede a riportare, in breve e per completezza, alcuni estratti da intercettazioni del 21 marzo 2025.

Colloquio intercettato tra Sempio e un’amica, in auto, relativo a un incontro tra lui e i suoi difensori, incentrato sull’incidente probatorio, allora imminente (l’attuale indagine era iniziata da poco). “Lui e l’Angela (Taccia, ndr) continuavano a dire: si vede che è una cosa pilotata dove gli elementi non vengono detti”, sostiene Andrea Sempio. “Sappiamo che dall’altra parte abbiamo gente brutta e conosciuta per essere stra-corrotta. Napoleone, Civardi… sono tutti stra-corrotti”, continua Sempio. “E poi c’è la Gip che è Garlaschelli che l’Angela”, prosegue, “m’ha detto che è una stro***”. “In realtà la Garlaschelli si è rivelata una persona corretta”, precisa poi, “cioè, magari stro*** nei modi anche se Angela mi ha detto che l’ha trattata bene, ma corretta.”

Circa la possibilità di sottoporre a un giudice terzo la questione del Dna rinvenuto sulle unghie di Chiara Poggi, Sempio non considera in termini ottimistici gli esiti dell’opposizione dei suoi legali. “Vuol dire che già loro quella cosa lì l’avevano già valutata”, asserisce, “c’è qualcosa sotto che non va. Difatti l’Angela mi dice: questo qui non è un problema tecnico-giuridico, per me è la gente con cui abbiamo a che fare.”

E, con la sua interlocutrice, ribadisce: “Perché le persone sotto sono corrotte. Quindi io mi aspetto il peggio possibile da tutto questo.” “Magari lunedì dicono: già fanno l’incidente probatorio. Se lo fanno lunedì vuol dire che proprio sotto sono… son tutti pagati e via… E vediamo.”

“Fruttolo ed Estathè non li ho toccati”

Ancora un brano dall’intercettazione del 21 marzo 2025. “Se adesso mi vieni a dire che vogliono analizzare il Fruttolo e l’Estathè… l’Estathè o una tazzina… quelli son sicuro che non li ho toccati, quindi su quelli son tranquillo”, afferma Sempio. E aggiunge: “Gli unici oggetti che hanno ritrovato sono le scatole del Fruttolo che ha mangiato lei quella mattina.” “La mia paura fosse che tirassero fuori qualcosa dal corrimano, dalla maniglia, dalla sedia… il telecomando della cella… li usavo anch’io quei robi lì.”

Secondo uno dei consulenti della difesa, Armando Palmegiani, Sempio qui starebbe semplicemente commentando l’incidente probatorio e le possibili analisi sugli oggetti presenti nella villetta di Garlasco. Per più di un commentatore, si tratterebbe di parole inequivocabilmente idonee a collocare il sospettato sulla scena del crimine.

Logica falsificaizonista

Da marzo 2025, quando la nuova inchiesta ha preso ufficialmente avvio, abbiamo cercato di osservarla e commentarla in una prospettiva garantista. Riteniamo che non sia un’opzione da coltivare a giorni alterni, a seconda dell’umore, ma un preciso dovere, a prescindere da cosa si pensi del soggetto sottoposto a indagine. Il che significa cercare di riferire fatti e opinioni con la pacatezza necessaria a far sì che essi non vengano eccessivamente filtrati e “deformati” attraverso le nostre idee. È una prospettiva figlia della consapevolezza della nostra fallibilità e della conseguente esigenza di osservare ogni vicenda giudiziaria (e non solo, evidentemente) con la necessaria, indispensabile umiltà. E speriamo di essere stati all’altezza di queste dichiarazioni di principio.

Leggendo e rileggendo le trascrizioni delle intercettazioni sopra riportate ci chiediamo: il tenore delle frasi immortalate dagli investigatori è compatibile esclusivamente con il possibile responsabile del delitto? Presupponendo la sua presenza in casa Poggi il 13 agosto 2007, Andrea Sempio potrebbe essere: l’unico autore del delitto, l’autore del delitto in concorso o una persona a conoscenza di chi lo ha davvero commesso? In quest’ultimo caso, perché non rivela ciò che sa, che ha visto, invece di rischiare una condanna per omicidio?

Il lettore ci perdoni questo indulgere in congetture e illazioni. Ma formulare più di una teoria per tentare di spiegare la dinamica di un delitto è il modo più idoneo per non affezionarsi a un singolo scenario e – quale che siano i nostri effettivi convincimenti in proposito (essere garantisti non significa collocarsi necessariamente nel partito degli innocentisti) – per alimentare quell’approccio falsificazionista che reputiamo indispensabile anche in un’indagine criminale. Sposando la logica di Karl Popper, siamo infatti convinti che la solidità di una teoria si valuti tentando di confutarla e non cercando elementi idonei a confermarla. Diversamente si può sconfinare nella militanza che – per quanto umanamente condivisibile, specie in casi in cui appare verosimile che un innocente si trovi in galera – rischia di offuscare lo sguardo dell’analista e di impedire valutazioni lucide e distaccate. E Dio sa quanto, in un caso del genere, sarebbe necessario mantenere, da parte di tutti, lucidità e distacco.

Anche perché, al di là della complessità intrinseca delle problematiche investigative e forensi sottese (di cui, in queste righe, abbiamo tentato di dare conto in modo sintetico e incompleto), le tensioni e i veri e propri conflitti tra fazioni opposte – le cui dinamiche si stanno pian piano inevitabilmente disvelando – rischiano di distrarci. Anche se, in effetti, quando correttamente interpretati, proprio tali conflitti potrebbero fornirci la giusta chiave di lettura di ciò che è accaduto dopo l’omicidio di Chiara Poggi, dall’avvio della prima indagine nell’agosto 2007, fino ai più recenti sviluppi che si stanno registrando sullo sfondo dell’inchiesta in corso, dagli errori investigativi accertati agli interessi connessi alla volontà di mantenere lo “status quo” giudiziario.

[1] Cass. Pen. n. 17424/ 2011.

[2] Cfr., tra le altre, Cass. Pen., Sez. II, n. 28625/2009.

Tags: Chiara PoggiDelitto di Garlasco
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