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Paesi che si svuotano, tavole che resistono: 18 metri quadri e un ristorante nell’Abruzzo che non cede

L'enoteca Sofietta è la più piccola d'Abruzzo; con il ristorante che le è nato accanto, racconta un progetto di radicamento che sfida stagionalità e spopolamento dell’entroterra abruzzese

Luana Di Lorito di Luana Di Lorito
14 Aprile 2026
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Rocca di Mezzo non ha l’aspetto del paese che si spopola. D’estate l’Altopiano delle Rocche si riempie di turisti in cerca di frescura, d’inverno Campo Felice porta sciatori e famiglie: il paese sembra vivo. Eppure questa vitalità è parziale, stagionale; un riempimento periodico che non risolve la fragilità di fondo. Chi ci abita tutto l’anno sa cosa significa vedere le case aprire ad agosto e richiudersi a settembre, i locali riaccendersi per qualche settimana e poi spegnersi di nuovo. Il turismo porta presenze; non necessariamente comunità.

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È un fenomeno che colpisce anche i territori con un’economia turistica. L’Abruzzo ha registrato tra il 2017 e il 2022 un calo demografico del 2,89%, superiore alla media nazionale, con la provincia dell’Aquila tra le più esposte: si stima una perdita di oltre 50.000 abitanti entro il 2030. I residenti stabili diminuiscono e invecchiano, i servizi faticano a reggere il passo e più di un quarto degli abruzzesi vive in comuni con stazioni ferroviarie lontane o inaccessibili, la quota più alta d’Italia. Le seconde case e i flussi stagionali gonfiano la percezione di vitalità senza risolvere il problema strutturale: i giovani se ne vanno, la comunità si assottiglia. In questo scenario, chi sceglie di costruire qualcosa di stabile, di lavorare e far lavorare tutto l’anno, non solo in stagione compie un atto che va ben oltre l’imprenditorialità. Ogni attività che sceglie di restare e di farlo con qualità e rispetto per chi ci lavora fa un atto di resistenza civile.

In Largo Barberini, la piazza principale del borgo di Rocca di Mezzo, c’è Sofietta Vini e Dintorni: diciotto metri quadri in tutto, compresi i servizi, con poco meno della metà dedicata a cantina e tavoli, più uno spazio all’esterno. Il nome è quello della nonna di Fabrizio Tranquini, l’imprenditore aquilano che l’ha aperta nel 2019. Tutti in paese la chiamavano Sofietta, lei che oggi ricordiamo come la prima titolare dell’enoteca più piccola d’Abruzzo.

Nel 1919, un secolo esatto prima dell’apertura dell’enoteca, Sofia aveva aperto uno di quei negozietti di una volta che vendevano di tutto: dalla pasta allo zucchero, dalla farina al carbone, fino ai quaderni e alle penne. «Un posto così finisce per diventare la storia di un paese, che ho imparato a conoscere attraverso i racconti di nonna e dei miei familiari. Sono tornato a rivivere quella realtà di paese in un contesto ormai cambiato», racconta Fabrizio.

Sofietta è un posticino accogliente, un’alcova in cui puoi sentirti come fossi un po’ a casa tua, tra un bicchiere di vino e uno spuntino. La selezione di etichette è curata direttamente da Fabrizio, sommelier di formazione e appassionato di lunga data. Sofietta porta referenze abruzzesi, italiane e internazionali per raccontare territori e identità. Ai vini si affiancano taglieri, tartare, polenta e, non ultime, le proposte della cucina del ristorante A Faccia Vista, che si trova proprio accanto. I due spazi sono complementari fin dall’origine: dall’aperitivo in enoteca si passa, naturalmente, a cena nel ristorante.

Aperto nel 2021, poi trasferito accanto a Sofietta, A Faccia Vista dal nome è già un manifesto: in edilizia, “a faccia vista” indica una parete lasciata grezza, non intonacata, esposta nella sua natura autentica. Nessuna maschera, nessun rivestimento. Un’estetica dell’onestà che descrive perfettamente la filosofia del luogo. Non è una scelta casuale per un uomo come Fabrizio che viene proprio dall’edilizia e che ha costruito con le proprie mani gran parte degli arredi.

Fabrizio segue entrambe le attività direttamente, tra sala e vini. In cucina, a guidare la brigata interamente femminile c’è la cuoca Emilia, affiancata da Mihaela e da Marta in sala. Una squadra che dà coerenza e continuità a un’idea precisa di ristorazione: un’accoglienza informale, familiare e moderna allo stesso tempo.

Della tavola mi porto ben impresso il ricordo del piatto che più di tutti mi ha sorpresa: l’Ovetto 64, uovo cotto a 64 gradi su crema di pecorino, spinaci, guanciale croccante e pane nero. Un piatto di apparente semplicità, costruito su quattro ingredienti che si riconoscono distintamente sia alla vista che in bocca. Equilibrato, sapido al punto giusto, capace di evocare ricordi di cucina domestica senza scivolare nel nostalgico. È il tipo di piatto che racconta un territorio senza bisogno di spiegarlo. Tra gli iconici del locale, lo spaghettone Benedetto Cavalieri all’aglio, olio e peperoncino è un classico reso con onestà e precisione. La scelta di una pasta di quella qualità è già una dichiarazione d’intenti: il piatto conserva la sua bontà anche quando è meno caldo e per chi conosce la pasta, è un indicatore preciso.

Uscendo da A Faccia Vista si ha la sensazione di aver partecipato a qualcosa che va oltre il semplice pranzo. Si è stati ospiti di un progetto di vita. Sofietta e A Faccia Vista sono due facce della stessa storia: quella di un uomo che ha scelto un borgo di mille anime come luogo in cui costruire. Dietro c’è un modello di lavoro rispettoso, che paga chi lavora, valorizza il territorio, non cede alla banalità. In un Appennino che invecchia e si svuota, tutto questo merita attenzione. E racconto. Perché il giornalismo enogastronomico ha anche questa responsabilità: non solo descrivere ciò che si mangia, ma restituire il senso di ciò che si visita. E qui, il senso è chiaro: l’Abruzzo ci si mette A Faccia Vista.

Tags: a faccia vistaenotecaenoteca più piccola d'italiarestanzaristoranterocca di mezzosofiettaturismo
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