Pietraferrazzana. “Il fatto non costituisce reato”: con questa formula si chiude il procedimento penale che ha coinvolto otto agenti della Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Montorio a Verona, candidati alle elezioni amministrative nel comune abruzzese di Pietraferrazzana, in provincia di Chieti.
Secondo quanto ricostruito, gli agenti non avevano richiesto l’aspettativa ma vi erano stati collocati obbligatoriamente dal Ministero della Giustizia per l’intera durata della campagna elettorale. Le accuse avanzate dalla direzione della casa circondariale veneta sono state ritenute infondate già in sede pre-dibattimentale dal giudice Alessia Silvi, che aveva disposto il proscioglimento con la formula “il fatto non costituisce reato”, decisione successivamente confermata anche in Corte d’Appello.
Tra i legali della difesa figura l’avvocato Antonio Maria La Scala, che ha seguito gli agenti nel procedimento.
“Il reato di truffa contestato agli otto agenti non poteva in alcun modo trovare fondamento”, afferma Antonio Maria La Scala, sottolineando come la normativa di riferimento fosse chiara fin dall’inizio.
“I vertici del carcere prima di agire avrebbero dovuto conoscere bene la Legge 121/81. Se lo avessero fatto avrebbero capito che l’articolo 81 non offre la possibilità di chiedere ma di imporre l’aspettativa a chi, vestendo un’uniforme, decide di candidarsi”, prosegue La Scala, richiamando il quadro normativo applicabile ai candidati appartenenti alle forze dell’ordine.
“Non c’è nessuna indicazione su come una campagna elettorale vada fatta, né la formulazione di precisi obblighi da parte del candidato, se non nella parte in cui è previsto il trasferimento in altra sede o l’aspettativa speciale con assegni, così come avvenuto in questo caso”, precisa La Scala, evidenziando la correttezza del comportamento degli agenti.
“I miei assistiti non hanno fatto altro che rispettare la legge e chiedere gli stessi diritti che la Costituzione offre a tutti i cittadini”, prosegue La Scala, ribadendo la legittimità delle scelte contestate.
“Se le amministrazioni o chi per loro vogliono cose diverse rispetto a quanto previsto dalla legge, dovrebbero chiedere – ammesso che sia possibile – di cambiarla”, conclude Antonio Maria La Scala, con tono critico nei confronti dell’impostazione accusatoria.


