L’Aquila. Ieri, giovedì 3 aprile 2025, è stata scritta una pagina importante della più recente storia politica dell’Abruzzo. La manifestazione, in un primo momento andata in scena fuori al Palazzo dell’Emiciclo, sfociata poi nell’occupazione della sala Spagnoli dove si svolgono le sedute del Consiglio regionale, ha suggellato mesi di confronto, spesso aspro e più vicino alla provocazione che non al dialogo vero e proprio, tra le forze politiche di maggioranza e opposizione.
I consiglieri regionali del Patto per l’Abruzzo, guidati da Luciano D’Amico, si erano appellati alla società civile per rendere pubblico, una volta di più, il disappunto nei confronti della manovra finanziaria tramite la quale la Giunta Marsilio aveva annunciato l’aumento dell’addizionale Irpef. E così, a partire dalle 14.30 di ieri, in centinaia si sono dati appuntamento fuori all’Emiciclo all’Aquila: sindacati, attivisti dei partiti che compongono la minoranza e cittadini comuni che, tra cartelli, striscioni e bandiere hanno contestato il Presidente Marsilio e gli Assessori Quaglieri e Verì su tutti, rei di aver disastrato la sanità regionale e di aver dato il via a un aumento delle tasse ritenuto ingiusto e quindi evitabile.
L’occupazione è stata pacifica, non ci sono stati danneggiamenti e non è stata esercitata alcuna violenza nei confronti di nessuno. Tutto è andato avanti fino al termine della seduta del Consiglio regionale che si è comunque svolta in contumacia delle opposizioni rimaste a dialogare con i manifestanti. Ricorrendo al primo comma dell’art. 161bis del Regolamento interno, il presidente del Consiglio, Lorenzo Sospiri, ha spostato l’assise nella sala Ipogea dove è stata, infine, approvata la manovra. Una volta dentro, i consiglieri di maggioranza ne hanno approfittato per togliersi alcuni sassolini dalle scarpe e, a turno, hanno rimproverato i manifestanti, spesso utilizzando concetti e frasi sopra le righe poco aderenti alla realtà.
A cominciare dalla violenza tirata in ballo: non c’è stata una testimonianza, durante e dopo la manifestazione, di esercizio di violenza da parte dei cittadini accorsi, nessuno si è fatto male tra i dipendenti e gli uomini della sicurezza interna e quindi, quanto affermato dal Presidente Marsilio, non corrisponde esattamente al vero. Probabilmente è stato male informato perché, di violenza, neanche l’ombra. Per fortuna, ovviamente.
Risultano fuori luogo, quindi, le sue parole. Se da un lato esprime la solidarietà – lecita e legittima – ai dipendenti del Consiglio regionale – dall’altro lato risultano quantomeno opinabili le espressioni utilizzate: “Esprimo solidarietà ai dipendenti del Consiglio regionale che oggi hanno subìto attacchi verbali, fisici e morali, da parte di una teppa rossa, di un bivacco di manipoli. A parti inverse noi saremmo già in galera. Ma qualcuno dovrà pagare, davanti a tribunali, ci sono le telecamere per individuare persone che hanno commesso violenze nei confronti dei dipendenti”.
Sulle presunte violenze abbiamo già scritto, in attesa di eventuali video a confermare ciò che sarebbe avvenuto, mentre sugli epiteti utilizzati ci sarebbe molto da dire. Le espressioni gergali scelte dal colui che ha la responsabilità di guidare un governo regionale sono risultati decisamente esagerate e sproporzionate nel contesto, anche perché riferibili a episodi di scontro politico molto più accesi. Da lì, poi, la promessa di individuare i responsabili e portarli in tribunale. Di certo c’è, invece, che le sue parole sono apparse molto lontane da quelle pronunciate da D’Amico che, in aula, all’ingresso dei manifestanti, ha utilizzato un tono più conciliatorio e di richiamo alle responsabilità individuali. Protestare, sì, ma civilmente. Dialettica politica, ma anche stili diversi.
Etelwardo Sigismondi, coordinatore regionale di Fratelli d’Italia, nonché senatore per i meloniani, ha invece parlato di “squadrismo rosso” e di “azioni di questo tipo offendono le istituzioni e tradiscono lo spirito del confronto democratico”. Entrambi, invece, hanno parlato di “Bivacco di Manipoli”, espressione coniata da Benito Mussolini nel corso del suo primo discorso da Presidente del Consiglio dei Ministri. Era il 16 novembre del 1922 e le sue intenzioni, come tutti sappiamo, erano quelle della repressione dei dissidenti e degli antagonisti politici. Un richiamo a una pagina nera del nostro Paese che, francamente, sarebbe stato opportuno evitare. In Italia vige ancora la libertà d’espressione, ed è costituzionalmente garantita.