Roma. Il gip di Roma Giulia Arcieri ha rigettato la richiesta di archiviazione del procedimento relativo all’omicidio di Simonetta Cesaroni, disponendo ulteriori indagini. In particolare, riporta Rai News, i Pm dovranno approfondire il ruolo dei servizi segreti nel delitto di via Poma. La nuova inchiesta prende le mosse da un esposto presentato dall’avvocato Claudio Strata che, stando ad alcune indiscrezioni, avrebbe ricevuto una segnalazione da un generale del Sisde in pensione.
Secondo il Gip, nell’appartamento sede dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù (AIAG) in cui, martedì 7 agosto 1990, Simonetta Cesaroni è stata uccisa con ventinove colpi di arma bianca, sarebbero stati conservati documenti riservati dei servizi segreti. Il magistrato ha chiesto dunque alla Procura che si chiarisca il ruolo dei servizi nella vicenda e che si faccia luce sulle modalità di gestione delle passate inchieste nonché sul furto posto in essere nel 1999 da Massimo Carminati[1] al caveau della banca interna al tribunale di Piazzale Clodio a Roma, in occasione del quale potrebbero essere stati sottratti anche importanti documenti appunto connessi con il caso.
Tra le persone che i Pm dovranno interrogare, l’ex questore Carmine Belfiore e Sergio Costa, ex agente dei servizi e genero dell’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. Sarà inoltre probabilmente necessario risentire i colleghi e i datori di lavoro di Simonetta.
“Sono contento che la Procura stia indagando sulla pista segnalata dal mio legale”, ha dichiarato a LaPresse Mario Vanacore, il figlio di Pietro, portiere dello stabile in cui è avvenuto il delitto. “Il risultato dell’indagine difensiva svolta dal mio legale è stata presentata in Procura con un esposto mesi fa, che porta ai servizi e al nome di Sergio Costa.”
Un possibile coinvolgimento dei servizi segreti nel caso è stato del resto ipotizzato da più parti, anche per certe modalità con cui l’indagine sarebbe stata condotta fin dall’inizio che, ricorda Rai News, avrebbe sollevato più di una critica. Non si sarebbe riservata priorità a indizi significativi e alcune piste meritevoli di approfondimento sarebbero state a lungo trascurate. È il caso, ad esempio, di campioni di sangue recuperati sul locus commissi delicti, non tempestivamente posti a confronto con il profilo di alcuni soggetti coinvolti. Lo stesso vale per le impronte digitali rivenute nell’appartamento e che, secondo certi resoconti, apparterrebbero a una persona mai identificata.
Non si sarebbero inoltre adottate misure idonee a una adeguata conservazione della scena del crimine, per scongiurare il pericolo di alterazione delle tracce presenti. Possibile quindi che le indagini siano state intenzionalmente compromesse? Non è mancato, nel corso di decenni, chi ha prospettato la possibilità che l’omicidio di Simonetta Cesaroni possa aver costituito un “incidente collaterale” in una vicenda più ampia, legata a operazioni sotto copertura o a lottizzazioni politiche che coinvolgevano forze governative o apparati statali.
Alcuni reperti assai significativi sono andati persi da allora, rendendo le indagini ancora più problematiche. Tra questi, sembrerebbe, documenti attestanti la presenza di colleghi di Simonetta Cesaroni negli uffici dell’AIAG nei mesi di giugno, luglio e agosto 1990. Documenti riemersi solo di recente tra le carte del padre della vittima.
[1] Massimo Carminati, altrimenti detto “il Cecato”, si è avvicinato in gioventù all’estrema destra, fino a divenire uno degli esponenti dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR). Ha frequentato altresì gli ambienti del crimine organizzato ed è entrato a far parte della Banda della Magliana.