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Violenza contro le donne, l’esperta: “problema complesso e multiforme, necessario combattere radicati stereotipi”

Redazione Cronaca di Redazione Cronaca
24 Novembre 2022
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Dei 221 omicidi commessi nei primi nove mesi di quest’anno (lo stesso numero del 2021), 82 hanno avuto vittime femminili, contro le 90 dello scorso anno (-9%). In ambito familiare-affettivo, se ne sono registrati 97, dei quali 71 con vittime femminili. Di queste, 42 hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex.

È quanto emerge dal report interforze Il pregiudizio e la violenza contro le donne, curato dalla Direzione centrale della polizia criminale.  Nello stesso periodo sono state 4.416 le violenze sessuali (+9% rispetto al 2021); donne il 92% delle vittime.

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Emerge un quadro drammatico anche dai dati Istat relativi al 2021. Delle 139 (45,9% del totale) vittime uccise in famiglia o in una relazione, “39 sono uomini e 100 donne. Il 58,8% delle donne è vittima di un partner o ex partner (57,8% nel 2020 e 61,3% nel 2019). I minorenni sono uccisi da persone che conoscono.”

Dati che non possono non indurre riflessioni, specialmente a ridosso della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La data in cui si celebra, il 25 novembre, non è una data scelta a caso. È il ricordo di un brutale assassinio, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana, ai tempi del dittatore Trujillo. Tre sorelle, considerate rivoluzionarie, furono torturate, massacrate, strangolate. Per celare il loro omicidio si mise in scena un incidente. Non sempre, non ovunque, le cose sono cambiate da allora: si pensi, tra l’altro, alle bambine dell’India che quasi ogni giorno vengono stuprate e uccise, ma anche a casa nostra, dove la violenza contro le donne è spesso nascosta in ambito domestico. La Giornata è stata istituita dall’Onu, con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999. La matrice della violenza contro le donne può essere rintracciata ancor oggi nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne. E la stessa Dichiarazione adottata dall’Assemblea Generale Onu parla di violenza contro le donne come di “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini.”

Ne parliamo con Roberta Barbuscia, studiosa eclettica, avvocata, pedagogista giuridica, forense e penitenziaria, attivista per la salvaguardia e per la difesa dei diritti umani,  ricercatrice in politiche di contrasto alla violenza di genere contro le donne ed i minori. Promotrice della cultura del rispetto delle pari opportunità e dei diritti inalienabili.

Il suo curriculum è molto ampio, nel corso degli anni si è dedicata a molte, importanti attività. Ci parla un po’ di lei?

Mi sono laureata in Giurisprudenza presso l’Università Luiss, ho frequentato la scuola di specializzazione per le professioni legali della Lumsa e mi sono specializzata in psicologia giuridica presso l’Università Europea e l’Istituto Skinner. Seconda laurea in programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali, ho anche svolto attività di ricerca presso i centri antiviolenza di Roma e Fiumicino.

Come è arrivata ad interessarsi a un tema problematico, complesso e drammaticamente attuale come la violenza sulle donne?

Dalla lettura dei quotidiani: la cronaca di vicende correlate alla violenza cui sono soggette donne e vittime collaterali mi ha indotto a indagare e ad approfondire le ragioni, le problematiche sottese  al fenomeno, che affonda le sue radici in una cultura patriarcale, arcaica, in stereotipi culturali difficili da superare, da sradicare.

Lei ha recentemente pubblicato un libro di successo dedicato al tema. Quale approccio ha adottato nel trattare l’argomento?

Il volume si intitola L’amore è un’altra cosa. La violenza di genere: un fenomeno sociale. È giunto alla seconda edizione ed è ricompreso tra le pubblicazioni del Salone Internazionale del Libro di Torino dedicate proprio al tema della violenza di genere, premiato con menzione di merito. Quando si parla di violenza non ci si deve focalizzare su un approccio univoco, perché l’ambivalenza degli aspetti che la violenza stessa investe e interessa sono molteplici e, in certi casi, poco visibili. È dunque necessario trattare l’argomento adottando un’ampia prospettiva analitica, appunto idonea a cogliere tale complessità. Senza dubbio adottando un approccio giuridico, ma aprendosi a prospettive di tipo psico-sociale. Il libro adotta tale metodica, è un testo teorico ma che prende in esame anche casi reali, fino ad approdare alla denuncia sociale.

Ecco, i casi reali. Quale, tra quelli riportati nel volume, riveste per lei una particolare importanza e perché?

Più che singoli casi di violenza, oggi mi piace ricordare ancora una volta l’istallazione proposta dall’artista messicana Elina Chauvet, cui ovviamente faccio riferimento nel testo. Il suo progetto – Zapatos Rojos – ha avuto un’eco mondiale. Com’è noto, è un’istallazione composta da centinaia di paia di scarpe rosse femminili, per puntare il dito contro l’omertà che avvolge la scomparsa e l’uccisione di centinaia di donne a Ciudad Juárez, al confine tra Stati Uniti e Messico (luogo emblematico, in cui, negli anni Novanta del Novecento, si è registrato un elevato numero di uccisioni, di sparizioni, di stupri e di atti di violenza disumana contro le donne). Ogni paio di scarpe rappresenta una donna, la traccia di una violenza subita. Nell’insieme, una marcia silenziosa di donne assenti, dal valore inestimabile per lanciare un forse messaggio forte di denuncia sociale. Un invito a continuare a impegnarsi e a lottare.

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