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Lo statuto dei lavoratori compie 50 anni, Bisegna (Fim-Cisl): pensare a strumenti normativi al passo coi tempi

Redazione Cronaca di Redazione Cronaca
20 Maggio 2020
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L’Aquila. Pochi lo ricorderanno, ma oggi compie oggi 50 anni lo Statuto dei Lavoratori, conosciuto anche come legge 300/70. La nostra terra, la Marsica, affonda le radici del riscatto sociale nelle lotte dei braccianti e contadini del Fucino. La sua storia industriale è relativamente recente, per cui le contestazioni e le lotte di quegli anni nelle fabbriche non furono vissute sulla cronaca del tempo.

“La patina degli anni non ha però scalfito la portata che all’epoca ebbe questa legge che rappresentò una svolta nelle relazioni industriali e per la democrazia del nostro Paese”, afferma Augusto Bisegna della Fim-Cisl nazionale, “non fu un percorso facile ne un approdo sgombro da turbolenze e conflitti. Ci si arrivò dopo anni di lotte operaie e dalla spinta impressa dalla contrattazione sindacale di settore, in particolare in quello elettromeccanico, e successivamente dalla svolta del Contratto Nazionale de metalmeccanici del 1969 che anticipò diversi contenuti poi recepito dalla Legge l’anno successivo.  I padri dello Statuto furono Giacomo Brodolini, Gino Giugni e Federico Mancini”.

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“Donat Cattin”, spiega, “allora Ministro del Lavoro fu abilissimo nel portare a casa il risultato, in un clima in cui non tutti i partiti vedevano favorevolmente una Legge di questo tipo.  A loro si deve la nascita di una normativa quadro, all’epoca unica nel suo genere, che per la prima volta non sanciva solo norme sulla dignità dei lavoratori ma anche sulla promozione delle libertà sindacali. Va ricordato a onor di cronaca che il Pci non votò lo Statuto ma si astenne: “il testo definitivo contiene carenze gravi e lascia ancora molte armi, sullo stesso piano giuridico, al padronato»; fu seguito da Psiup e Msi”.

“Molti oggi danno per scontate alcune conquiste che si devono alla straordinaria forza del sindacato negli anni ’60”, spiega Bisegna, “alle lotte dell’Autunno Caldo nelle fabbriche nel ’69. Non ci si può accontentare che le norme si applichino solo alla grande fabbrica e ai contratti a tempo indeterminato. Il 90% dei metalmeccanici lavora in aziende sotto i 20 dipendenti. Su 100 avviati al lavoro, ogni anno, 85 sono sprovvisti non solo del tanto discusso articolo 18 ma anche di tutte le tutele previste dalla L.300/1970. Bisogna ricomporre la rappresentanza del lavoro in fabbrica e attorno ad essa, questo è il lavoro più difficile da fare oggi. E’ impensabile pensare di inscatolare il nuovo lavoro industriale dentro i vecchi contenitori normativi. Come non ha avuto alcun senso aver fatto negli ultimi 10 anni 8 riforme del mercato del lavoro rendendo lo strumento legislativo più instabile e meno affidabile. La tecnologia corre velocemente e le norme hanno bisogno di tenerne la corsa senza, però, essere aggirate”.

“Non occorre solo ripensarle ma pensare a nuovi strumenti normativi che siano al passo con i tempi”, prosegue, “in questo senso, la contrattazione, ha garantito maggiore stabilità e maggiore capacità di gestire i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro. Cambiamenti non solo tecnologici ma anche organizzativi. Nel contratto dei metalmeccanici del 2016 abbiamo conquistato il diritto soggettivo alla formazione: il sapere, la conoscenza, sono strumenti di libertà e uno strumento fondamentale per tutelare e promuovere futuro e occupazione oggi. In Italia non si fanno bilanci delle competenze, lo chiediamo come diritto nel nuovo Contratto dei metalmeccanici in fase di rinnovo, insieme alla necessità che imprese e territori aggiornino sempre il loro “monitor skill” per avere il quadro delle competenze presenti nelle imprese e sul territorio. Un vantaggio competitivo importante. Il nostro territorio dovrà in questi anni affrontare e gestire trasformazionj epocali: dallo spopolamento ai cambiamenti climatici, all’innovazione tecnologica”.

“Il Covid19 nella sua drammaticità può rappresentare un grande acceleratore di cambiamento a patto che sapremo ripensare e progettare insieme il futuro delle aree interne dove tecnologia e contrattazione territoriale e aziendale possono rappresentare gli strumenti di rinascita di un territorio che”, conclude, “altrimenti, è sempre più destinato allo spopolamento e ai margini”.

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